Storia dell'Arte

Storia dipinta

Introduzione

Ciao! In questo articolo andiamo a spasso per la storia, a zonzo nel tempo passato; per spunto prendo un quadro, scelgo io, sarà un evento, un aneddoto o un ritratto oppure ancora un dipinto con valenza filosofica, poi ti racconto come è andata quella volta, che cosa stava succedendo, o chi era la persona ritratta, oppure ancora metterò cenni al contesto storico e non ultimo informazioni sulla realizzazione dell’opera d’arte.

Sei libero di leggere fino a dove hai tempo o fino a dove ne hai voglia, sei libero di guardare solo le immagini, di visitare questo articolo ogni volta che potrai, di saltare tutti i capitoletti che preferisci e di leggerne solo uno fino a che puoi, o fino a dove vuoi, puoi guardare solo le parti video o leggere solo il racconto fantasy che trovi qui sotto, puoi seguire i link ipertestuali e puoi informarti ulteriormente su ogni singola vicenda in autonomia sulle enciclopedie o su qualsiasi altro testo che possa aiutarti; benvenuto in Storia Dipinta, io sono Elettra Nicodemi, questo è un mio articolo, io amo immaginarli come piani di una grande scalinata, adesso stai navigando nel web di Inside The Staircase, ti chiedo solo una cosa, per piacere assicurati che le cose e le persone intorno a te siano in sicurezza prima continuare.

Prima di tutto, oltre l’introduzione, come di consueto, un mio racconto fantasy, per prenderti del tempo da dove sei per quello che stai facendo e tenerti qui con me Inside The Staircase.

Racconto fantasy

Il seguente racconto intitolato Le Stanze Cardinali è una opera della mia fantasia, qualsiasi riferimento a fatti, a cose o persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale.

Elettra Nicodemi

Le Stanze Cardinali

-Vorrei aprire la stanza XX-. 

Lo spettatore scelto tra il pubblico scandì forte e chiaro la sua volontà, doveva essere uno che aveva a che fare con molte persone diverse durante l’orario di lavoro, forse si trattava di una guardia giurata che si occupava di fare entrare e uscire la gente dagli uffici di un certo stabile per evitare affollamenti o forse si trattava di un attore, ed era tutto un trucco, una montatura, una cosa vecchia come il mondo, pensò la ragazza sulla trentina che stava riemergendo dal sedile della platea solo adesso e in cui era sprofondata il più a fondo possibile quando dal palco avevano chiesto un volontario per continuare lo spettacolo, chiamare un volontario che però poi non era un volontario, ma un complice.

E forse non era stata la sola a pensarlo. 

Scese il gelo nel teatro, la stanza ventesima, non era mai stata scelta prima in nessuna delle recite che erano state realizzate, ma questo era il momento per vedere cosa conteneva, e ben lo sapeva l’uomo in frac che conduceva la serata e che aveva chiamato il volontario complice. 

Le code della giacca svolazzarono nell’aria, dopo che si profuse in un profondo silenzioso inchino per congedarsi dal pubblico e lasciare campo libero alla rappresentazione, la stanza XX stava per essere svelata.

Il sipario si splancò e le luci si posarono su un gruppetto di uomini e donne che stavano mezzi nudi e vestiti di stracci in una stanza buia e umida, al freddo, in una sorta di caverna da cui si intuiva che fuori era notte, ma in cui non arriva neppure la luce della luna.

Quei miserevoli erano senza cibo, molto magri e emaciati, in catene e che nonostante tutta questa miseria, si aveva la sensazione, o almeno questa fu la sensazione che ebbe la ragazza sulla trentina avvolta in uno scialle dentro la poltrona della platea, pensano di stare benissimo, fu una sensazione più che una vera propria intuizione, dalla discussione che prese a intercorrere tra di loro, la donna sulla trentina capì che alcuni di essi credevano fermamente che la crosta di pane che rosicchiavano a più riprese abbaiandosi contro fosse meglio di quella che rosicchiava il vicino di catena, e che perciò essa fosse una buona crosta anzi buonissima dato che l’altro vicino era senza del tutto. 

E poi eccoli bisbigliare a voce alta, come solo gli attori sanno fare, una capacità che la donna avvolta nello scialle aveva molto cara, bisbigliano:. 

-Il sistema dovrebbe dare una crosta di pane ciascuno! E le croste dovrebbero essere… tutte uguali-.

Ma poi prendono a urlare:.

-Bisogna cambiare le cose- 

Poi l’incatenato che aveva bisbigliato e poi urlato inizia a parlare a solo, come preparandosi idealmente un discorso, una arringa da tenere di lì a poco con i compagni di prigionia, egli dice:

-Un momento siccome io sono quello che ha la crosta migliore allora facciamo così a te che vuoi una crosta mediocre ciascuno faccio dare una crosta meglio come la mia al costo poi che altri due di noi resteranno senza crosta, ma questo tu non lo saprai se non dopo che ti avrò già convinto, eheheh-.

Ridacchia come un vecchio pagliaccio pensa tra sé la donna nello scialle e continua ad ascoltare assistendo allo spettacolo della XX stanza, il prigioniero in catena continua il suo discorso a solo- ma almeno la lotta per cambiare le cose continuerà io continuerò ad avere la mia crosta migliore e non sarò di certo accusato di nulla dato che ho favorito che l’incubo che tutti abbiano croste uguali, può andare avanti, e che dunque ho trovato il modo per avere seguito, affamando certo, falsificando pure, negando l’evidenza della mia ingordigia, be’ certo… se un qualcuno verrà a dire che se ci fossimo divisi o ci dividessimo già da ora le croste… le croste! Be’ allora… be’ quello lo metterò a morire su una croce e lo farò tacere non si azzardi a parlare-.

Di lì a poco sarebbe arrivato l’uomo in frac, forse sarebbe entrato dalla prima quinta di sinistra o forse da quella di destra o forse era già in scena nascosto nel buio e uno spot non doveva far altro che illuminarlo e di conseguenza farlo parlare; avrebbe spiegato che quella era stata una rappresentazione della società e dei totalitarismi tipici del XX secolo, a cui la stanza XX afferiva, e che questa volta sarebbe stata estratta una delle buste tra quelle consegnate all’ingresso da compilare con la preferenza della stanza cardinale da vedere e da riconsegnare prima dell’inizio dello spettacolo, infine avrebbe invocato il cambio di scenografia, e di tenersi pronti per un altro giro tra le stanze del tempo.


Arte E Storia

Incoronazione di Napoleone

Jacques-Louis David e Georges Rougettes, L’incoronazione di Napoleone Bonaparte, olio su tela, 1805-1807, dim. 6,21 x 9,79 m, Francia, Musée du Louvre

L’uovo di Brunelleschi

Dicevo più sopra, è comune che la pittura mostri fatti della storia siano essi contemporanei ai pittori oppure accaduti anteriormente, siano essi eventi storici o fatti narrati.

Naturalmente citeremo anche il caso di Guernica di Pablo Picasso, più noto rispetto agli altri che ho intenzione di elencare prendendo spazio ulteriore rispetto ad articoli come ad esempio quello sul Neoclassicismo che approfondiscono ad esempio su Jacques Louis David autore, tra i molti capolavori per cui è ricordato, del dipinto  sopracitato sull’incoronazione di Napoleone Bonaparte, evento storico di grande rilevanza.

In questo modo vediamo come la Storia dell’Arte possa avere più piani, uno quello del flusso temporale, del contesto storico entro cui un movimento artistico si manifesta, poi quello in cui poi si sviluppa e quello in cui termina; infatti come abbiamo visto nel video, la fine del Neoclassicismo è determinata dal Romanticismo, ovvero una corrente artistica termina nell’aprirsi di un’altra, eventualità che accade quando la filosofia e la storia sono corse abbastanza avanti da aver lasciato troppo indietro l’arte, oppure come nel caso del Cubismo, l’arte è così fortemente anticipatrice da mostrarci un nuovo aspetto del reale a cui non eravamo abituati a pensare.

Quindi sempre facendo ben attenzione alle date, mi piace mostrarvi questo dipinto del 1845.

Giuseppe Fattori, Brunelleschi nell’Uffizio dell’Opera di Santa Maria del Fiore, innanzi ai Consoli, agli operai ed agli Architetti stranieri fa la celebre prova dell’ovo (particolare), 1845, dipinto, Firenze, Palazzo Pitti, Gallerie degli Uffizi.

Il dipinto è di Giuseppe Fattori (1818-1888) ed è datato 1845, racconta di un fatto narrato da Giorgio Vasari, celebre scrittore delle vite degli artisti, ovvero del giorno in cui Filippo Brunelleschi -l’architetto che tra le sue opere maggiori firma e realizza la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze, il quale notoriamente è persona riservatissima- convince i consoli che lui è in grado di realizzare la cupola più bella del mondo e allora come oggi la più grande.

L’architetto non prepara alcun foglio di progetto come invece tutti gli altri architetti avevano fatto, da presentare alla commissione esaminatrice dei progetti, ma si presenta dai committenti dell’appalto per la cupola, con un uovo di gallina.

Chiede poi a tutti i presenti di fare star ritto l’uovo sul piano di marmo della loro cattedra e, nel momento della resa dei partecipanti, i quali più volte provarono a farlo stare in piedi senza riuscirvi, prende l’uovo e lo pone in posizione verticale sul pianale di marmo, imprimendo con le dita una certa pressione sull’uovo nel mentre in cui lo fa insistere sulla superficie, una pressione tale da incrinare il guscio senza romperlo del tutto.

Brunelleschi asserisce che si trattava di una cosa semplicissima, come tutti potevano constatare, sottolineando al contempo che solo lui però è riuscito nell’impresa, un’impresa tanto facile che una volta visto come fare, tutti potevano riuscirvi.

Questo, in buona sostanza, servì a spiegare in maniera metaforica perché non scrisse, né indicò mai prima di ricevere la committenza vera e propria una sola frase sulla sua cupola e nello specifico perché non aveva portato alcun foglio di progetto.

I consoli, come sappiamo, furono convinti da Filippo Brunelleschi; l’architetto ottenne la loro fiducia e la committenza per la realizzazione, in altre parole vinse in quel modo, con l’uovo, il concorso quel giorno del 1420.

L’evento è narrato da Giuseppe Fattori oltre quattro secoli dopo, potete vederlo dipinto nell’immagine che metto a disposizione qui sopra, invitandovi a cercarne ulteriori copie che mostrino per intero l’opera del Fattori.

Auguro che l’uovo oggi sia di buon uso, anche per far capire in maniera paradigmatica, l’importanza dello studio della Storia dell’Arte, una materia purtroppo molto spesso relegata a sciocco interesse senza alcuna buona ragione, ma che invece è di vitale importanza anche per ogni interesse filosofico, storico e di comprensione del reale.

I dipinti di un tempo mostrano la vita di un tempo, raccontano eventi storici, aneddoti, usi e costumi ed è proprio attraverso il loro studio, sia esso realizzato attraverso libri di storia dell’arte o visite a un museo, possono aiutare a rinforzare la coscienza personale e il proprio esame di realtà rendendoci più lucidi e ricchi di spirito critico.

Continuiamo con un altro dipinto.

Semiramide alla costruzione di Babilonia

Edgar Degas, Semiramide alla costruzione di Babilonia, 1860-1862, olio su tela, dim. 151 x 258 cm, Parigi, Musée D’Orsay

A proposito, avete già visto l’articolo intitolato Consiglio di lettura? Vi parlo di Zadig, un testo fantastico di Voltaire che è per una certa parte ambientato a Babilonia, di Voltaire vi parlo più oltre in questo stesso articolo dove potete vederlo in un bel ritratto.

In generale questa città di Babilonia è la città biblica delle numerosissime lingue, ma questo poi confluisce in un altro articolo, continuiamo ora con la riflessione storica.

La riflessione storica si dipana a partire da domande banali legate al titolo del quadro di Edgar Degas pittore francese del XIX secolo, ma prima una riflessione sulla tela.

Da un punto di vista di lettura del dipinto, suppongo solo un paio di cose:.

  • che Semiramide sia la donna vestita di lungo in azzurro chiarissimo, con cinturone alla vita e cappello;
  • lo sfondo del dipinto comunica un’idea di astrazione che indica la costruzione della città.

Per quanto riguarda le domande invece, sotto con la prima, ovvero potrebbe essere una domanda su quando è stata costruita Babilonia.

Al che io risponderei probabilmente nel II millennio a. C.

Su come abbia fatto Edgar Degas a disegnare la sua costruzione, dato che lui è vissuto un poco meno di circa 4 millenni dopo, questa è certo una bella domanda a cui ritengo che attraverso opera di fantasia possa essere la risposta tanto giusta che andrebbe bene anche per la risposta a una eventuale altra domanda su Semiramide, dato che l’esistenza di questa Semiramide, è post-posta di un abbondante millennio alla data che convenzionalmente si prende per costruzione della città di Babilonia, sul fiume Eufrate in Mesopotamia.

Allo stesso tempo è vero che le grandi città come “Babil” non si costruiscono in un giorno e che anche qualora la costruzione si termini una prima volta ve ne è naturalmente una seconda costruzione e così via, insomma non è affatto detto che Degas abbia voluto mettere insieme due momenti storici differenti, così come non è detto che lui sapesse di questa discrepanza, per molti motivi, uno dei quali che Babilonia fu scavata alla fine del secondo millennio dopo Cristo, per la precisione nel XX secolo, quando Edgar Degas, pace all’anima sua, era già morto da un pezzo.

Poi perché non sono sicura che Edgar abbia letto Erodoto.

A proposito di autori antichi, proprio stamani stavo leggendo dell’origine mitica di Semiramide, ne parla Diodoro Siculo un autore classico che scrive in greco.

Diodoro a cui si dà il titolo antonomastico di Siculo per la regione di origine, naque infatti in una località, Agiro, vicino all’attuale Enna, intorno all ’80 ante Domine.

Diodoro Siculo è un autore che potremmo definire mastodontico, infatti stando ai miei studi, egli dedico circa 30 anni della sua vita alla stesura della sua storia universale, redatta in 40 libri e intitolata “Biblioteca”.

Nei suoi quaranta volumi Diodoro narrava le origini del mondo e tutto quanto era avvenuto fino ai suoi tempi, cioé fino alle gesta di Cesare in Gallia e in Britannia, in realtà lo scrittore visse anche oltre quel periodo, infatti scomparve nel 21 avanti Cristo, ma insomma i suoi libri, la sua Biblioteca, finisce con il 54 avanti Cristo.

La sua tecnica storiografica è piuttosto rudimentale, ma proprio per la sua rozzezza ha un valore aggiunto, quello di permettere di recuperare materiale pressoché intatto rispetto alle fonti che lui stesso ha usato e che ha fatto confluire nella Βιβλιοθήκη (ita. Biblioteca) la mastodontica interessante opera citata poc’anzi.

A quanto riferisce Diodoro, Semiramis, italianizzato in Semiramide, è il nome che viene dato alla piccola dopo essere stata ritrovata da un tale Simmas, il sorvegliante degli armenti reali a cui viene portata la bambinetta e che decide di adottarla, poiché non aveva figli.

Il nome deriva dalla parola colombi, nel dialetto locale, infatti la piccola dopo essere stata bbandonata dalla madre, venne nutrita proprio da dei colombi che le portarono, trasportandolo nel becco, latte, per un anno, poi cibi solidi tra cui formaggio, sottraendo entrambi prima al bestiame poi ai pastori i quali riuscirono a scoprire gli autori del furto di formaggio, infatti i colombi prendendone lasciavano delle impronte.

Massimiliano I d’Asburgo

Albrecht Dürer, Ritratto di Massimiliano I d’Asburgo con una melagrana, 1518-1519, olio su pannello, dim. 74 x 61,5 cm, Austria, Kunsthistorisches Museum

Questo quadro rappresenta l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo il quale già di per sé è una pietra miliare nella storia e che tra l’altro è il nonno di Carlo V.

Sono moltissimi i ritratti degli imperatori nel corso della storia moderna, in effetti il ritratto era l’unico modo per conservare ai posteri e per diffondere la propria immagine al popolo, così come era segno di prestigio, tuttavia scelgo questo ritratto in particolare per il fatto che ha una storia più storia delle altre, per me.

Massimiliano I conosceva personalmente il pittore Albrecht Dürer dalla primavera del 1512 quando si era fermato a Norimberga e periodo in cui l’artista concepì una serie di xilografie o meglio una maxi xilografia composta da 193 blocchi in cui avrebbe narrato per immagini la storia della vita e della famiglia dell’imperatore.

Per realizzare il ritratto Albrecht venne chiamato a Augusta durante la dieta del 1518, allora l’artista fece una bozza a matita su cui annotò la data e il luogo del ritratto.

È l’imperatore Massimiliano che io Albrecht Dürer ho ritratto ad Augusta, su in alto nel palazzo, dentro la sua piccola stanzetta, lunedì 28 giugno 1518.

Albrecht Dürer

In seguito Albrecht avrebbe realizzato il dipinto che vediamo, conservato a Vienna presso il Kunsthistorisches Museum.

Il ritratto realizzato sulla bozza del 1518 è l’ultima immagine di Massimiliano I, infatti l’imperatore scomparse il 12 gennaio dell’anno seguente, ovvero il 12 gennaio 1519 lasciando l’amico Albrecht in uno stato di grande dolore.

La guerra dei Cento anni

La morte di Wat Tyler, dipinto tipo miniatura tratto dalle cronache di J. Froissart.

Wat Tyler diminutivo di Walter Tyler fu a capo della rivolta inglese dei contadini del 1381.

Jean Froissart racconta della rivolta e della brutale morte di Tyler tra i tanti passi delle sue cronache, le Chroniques de Froissart che seppur lacunose e naturalmente passibili di interpretazione ermeneutica e dubbi, sono in effetti una fonte a riguardo della prima metà della guerra dei cento anni.

Le Croniques ono costituite da testo e miniature, entrambe sia le cronache testuali che le miniature, sono importanti e pregevoli immagini su quel periodo storico, il XIV secolo.

Affreschi sulla Donazione di Costantino

Vi racconto di un ciclo di affreschi proprio nell’oratorio di San Silvestro (presso la Basilica dei Santi Quattro Coronati), dunque spiego qualcosa a proposito della Donazione di Costantino.

Video

La narrazione per affresco della Donazione di Costantino, comunemente Storie di papa Silvestro e dell’imperatore Costantino I è tratta dalla leggenda narrata negli Actus Silvestri.

La basilica dei Santi Quattro Coronati comprende l’Oratorio di San Silvestro (situato a Roma nel quartiere di Celio) ed è decorato con affreschi, tra cui il ciclo sulla narrazione della Donazione di Costantino di cui vi parlo nel video.


Cavalieri come dire medievali

Merry Joseph Blondel

Roberto il Guiscardo

Parliamo di storia, di Medioevo e cavalieri, sperando di fare cosa gradita vorrei farvi vedere questo ritratto un Ritratto immaginario di una figura storica ai suoi tempi molto famosa e prestigiosa.

Si tratta di Roberto d’Altavilla (1015-1085), detto il Guiscardo; l’uomo in cotta è ritratto durante il XIX secolo secondo l’immaginazione dell’artista. Rivolto circa di profilo, il personaggio storico normanno guarda in lontananza verso l’orizzonte in un momento di attesa o riposo. Poggia entrambe le mani sull’elsa della sua spada.

La folta barba lunga del Guiscardo, la posa, l’armatura lucente, la corona dorata e il mantello con la croce cristiana sono caratteri inconfondibile del dipinto di Merry J Blondel realizzato nel 1843 e conservato a Versaille.

Federico De Madrazo

Goffredo di Buglione

Goffredo di Buglione
Federico De Madrazo, Goffredo di Buglione proclamato difensore del Santo Sepolcro, dipinto nel XIX secolo, si trova presso Versaille

Nel dipinto a olio di Federico De Madrazo vediamo il cavaliere crociato Goffredo di Buglione al centro della scena; è vestito con una veste bianca candida, la preziosa spada è riposta nella guaina legata in vita da una cinta intarsiata, ai piedi ha calzari con speroni e ben si nota indossa sotto la tunica la cotta di maglia, infine un ampio colletto piano è poggiato sopra la veste bianca smanicata.


Epoca Moderna

Vanitas, le mappe e i globi

Hendrick Andriessen

Hendrick Andriessen (Anversa 1607-1655 Zelanda) noto come Mancken Heyn per lo più dipinge vanitas, cioé nature morte con teschi, scheletri, orologi o clessidre, e altri riferimenti purché attinenti alla brevità e caducità della giovinezza e in generale della vita.

Questo pittore detto amichevolmente Enrico lo zoppo è particolarmente interessante per le toebackjes.

Anche gli oggetti da fumo infatti rientrano nel tipo della vanitas e quando presenti danno un nome particolare al dipinto: toebackjes appunto o “vanitas fumatori”.

Non tanto perché all’epoca si conoscessero i danni mortali del fumo, quanto perché la combustione di per sé stesso, tramuta il tabacco in calore e luce, ma poi nei residui in cenere e nell’auspicato fumo profumato.

Pipe, sigari, bruciatori perciò sono presi a simbolo -in un secolo che dal punto di vista della #filosofia è tanto interessante quanto il xvii- del passaggio di stato che la morte determina, all’epoca questione di grande interesse anche dal punto di vista scientifico e medico.
Il pittore di Anversa, H Andriessen, vissuto nella prima metà del Seicento, nel fiore del per così dire trend delle nature morte, ne ha realizzati di meravigliosi.

Piuttosto comune nelle vanitas la presenza del il mappamondo o della carta geografica, l’uomo infatti iniziava a capire che né lui né il globo terrestre erano al centro dell’universo. Siamo con H. Andriessen di poco oltre l’assassinio di Giordano Bruno (1600) il quale tra l’altro difese in un suo scritto le tesi di Niccolò Copernico, e nel pieno periodo, ad esempio di Galileo Galilei (Pisa 1564-1642 Arcetri) fisico, astronomo, filosofo, matematico e accademico italiano, costretto all’abiura delle sue scoperte e teorie astrofisiche.

Dunque se è vero che questo dipinto non racconta un evento storico in sé, è vero che racconta un periodo storico.

Il terremoto di Lisbona del 1755

Non sempre la storia è fatta dagli uomini, a volte è anche la natura a prendersi il suo spazio, in altre parole non sono solo azioni più o meno ingegnose a creare eventi che poi vengono inseriti nella narrazione del continuum storico, a volte sono anche eventi catastrofici a fare clamore e disastro, come ad esempio il terremoto di Lisbona del 1755 di cui abbiamo una raffigurazione.

L’autore come talvolta accade anche per bellissimi dipinti è sconosciuto.

La scossa di terremoto fu abbastanza forte da far pensare che fosse stato dio in persona a, se così si può dire, averci messo mano; il sisma interessò un’area di 10 milioni di kilometri quadrati. 

Il 1° novembre del 1755 la terra tremò così forte sopra e sotto le acque da causare circa 80mila morti  e la pressoché totale distruzione della città portoghese capitale del Regno del Portogallo (1139-1815) che si trovava poco distante, a nord nord-est dall’epicentro nell’Oceano Atlantico. 

Il mare si ritirò lasciando il porto a secco, tutte le navi presenti rimasero all’asciutto per qualche terribile attimo, nel mentre in cui il mare si stava preparando a tornare con una forza inaudita; il maremoto causato dal sisma provocò un’onda di quindici metri di altezza che inghiottì in un colpo solo non solo il porto, ma anche la città stessa nella quale le costruzioni in muratura stavano ancora finendo di crollare.

Il terremoto sul fondo dell’oceano a sud sud ovest di Lisbona nel 1755 diede una scossa durata sei minuti, con una magnitudo di circa 8,6 Richter; oltre a Lisbona la scossa fu avvertita in gran parte dell’Europa (ovviamente in tutta la penisola Iberica, fino ai Paesi Bassi, sulla penisola italiana e nelle grandi isolee mediterranee, poi in Africa, alle isole Antille e in America, specialmente alle Barbados).

Il disastro fragoroso delle costruzioni antropiche, il grandissimo numero di vittime, unito alla sublimità della potenza della natura, fece pensare -come accennavo prima- a una sorta di monito divino, sembrò a molti, a moltissimi che la giustizia divina volesse mondare il sangue degli indigeni del centro America, versato in abominevole quantità già durante il secolo precedente, nel periodo cosiddetto dell’Unione Iberica. 

Il movimento tellurico ebbe un forte impatto sulle coscienze oltreché sulla terra; spinse a ragionare su domande che riguardavano l’onnipotenza divina, e influenzò direttamente Voltaire. 

Voltaire 

Maurice Quentin De La Tour, Voltaire (François-Marie Arouet) ritratto, 1737 circa, olio su tela, dim. 62 x51 cm, Musée Antoine Lécuyer (Francia).

Il Voltaire che vedete qui è di qualche anno più giovane rispetto a quello che ha scritto il Candido, il suo testo più famoso che è del 1759 e che in qualche modo si potrebbe dire, ha subito una scossa da questo grosso terremoto del 1755, terremoto da cui direttamente deriva il suo poema sul cataclisma edito nel 1756 di solito edito con una lettera di Jean Jacques Rousseau, suo contemporaneo.

Infatti il ritratto realizzato da Maurice Quentin De La Tour è del 1737, mentre come ormai ben sappiamo, il disastroso terremoto risale al 1° novembre del 1755, ovvero il ritratto è stato realizzato diciotto anni prima, non conosco ritratti più recenti rispetto al terremoto e quindi rispetto al Candido; credo proprio che dovremmo accontentarci di immaginarlo di circa una ventina d’anni più vecchio, per immaginarlo scrivere il suo racconto filosofico di cui il titolo originale francese è Candide, racconto che è stato letto e ragionato da più di una generazione di ragazzi e di pensatori e tra l’altro anche musicato un paio di secoli dopo da Leonard Bernstein.

Sempre riguardo alla ricezione del Candido nel corso del Novecento, esso è pregevolmente citato da uno dei più geniali intellettuali del Novecento, Leonardo Sciascia che dedica al racconto filosofico del diciottesimo secolo, il suo testo Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia del 1977.

Ancora attualissimo Voltaire, perché come nell’esempio portato dal Candido, validissimo personaggio protagonista del racconto, egli indaga alcune domande che l’ essere umano continua a farsi o almeno nel quale incorre, prima o poi nel corso della sua vita, ovvero ad esempio, come è possibile la coesistenza di Dio e delle tragedie umane? E ancora come è possibile non essere ottimisti, vivendo in una realtà piena di contraddizioni, ma comunque forse il migliore dei mondi possibili?.

Assedio di Szigetvàr

Johann Peter Krafft, Assedio di Szigetvàr, olio su tela, 1825, dimensioni 455 x 645 cm, Budapest, Galleria nazionale ungherese.

L”assedio di Szigetvár (o battaglia di Szigeth) è durato più di due mesi, dal 6 agosto all’8 settembre del 1566; segnò il termine della campagna ottomana in Ungheria e allo stesso tempo la vittoria degli ottomani, sembra non avere molto senso, ma è così, vediamo se mi spiego meglio più oltre.

Il lungo assedio causò ingenti perdite umane da parte di entrambi i contingenti, nonché in quel frangente morirono entrambe le teste dei due schieramenti (Zrinsky per gli ungheresi e Solimano per gli ottomani), dunque anche se effettivamente gli ottomani espugnarono la città ungherese di Szigetvár, dovettero poi ritirarsi e concludere così la conquista in direzione di Vienna; bisognerà poi aspettare il 1683 dunque attendere ben più di un secolo, perché Vienna sia di nuovo effettivamente minacciata dagli ottomani.

Papa Leone X

Raffaello Sanzio, Papa Leone X in mezzo ai cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, 1518-1519, olio su pannello, dim. 1,54 x 1,19 m, Firenze, Gallerie Degli Uffizi.

Quello che vediamo raffigurato al centro del dipinto è papa Leone X ritratto tra due cardinali da Raffaello Sanzio.

Il dipinto è correttamente databile al 1518-1519, ovvero quando papa Leone X era già pontefice da almeno cinque anni, resterà poi in carica fino al 1° dicembre 1521, data della sua morte.

Papa Leone X è un “papa Medici” nel senso che al secolo apparteneva alla potente famiglia de’ Medici, florida famiglia toscana originaria probabilmente del Mugello che divenne molto potente sullo scenario peninsulare italiano a partire dal governo fiorentino (signoria) di Cosimo il Vecchio nel 1437) e poi nel Vecchio Continente attraverso il fatto che in poche parole erano banchieri a partire dalla intuizione affaristica da parte di Giovanni di Bicci de’ Medici nato ancora nel XIV il quale fondo il Banco de’ Medici, e dunque i molto facoltosi Medici si peritarono poi di finanziare molte imprese e ebbero modo di tessere trama nella storia, dal XV secolo fino al XVIII secolo per la precisione fino al 1737 anno della morte dell’ultimo della dinastia, tale Gian Gastone de’ Medici.

Leone X prese questo nome salendo al soglio pontificio nel 1513 come duecentodiciassettesimo (217°) papa della Chiesa Cattolica Romana, al secolo si chiamava Giovanni di Lorenzo de’ Medici, nato a Firenze l’11 dicembre 1475; accanto a lui nel dipinto i cardinali Giulio de’ Medici (suo parente che sarà eletto poi papa nel 1523 col nome di Clemente VII) e il cardinale Luigi de’ Rossi.

Fu lui Leone X che fece largo alla pratica delle indulgenze dietro pagamento di un obolo, da versare da parte del credente per la costruzione della cattedrale di San Pietro presso la città di Roma.

Questa pratica di pagare per ricevere l’indulgenza, quindi il perdono dei peccati commessi, per la precisione di tutti i peccati commessi, infatti si trattava della concessione dell’indulgenza plenaria, è stata largamente diffusa e con questo metodo di alleviare le coscienze dei fedeli, entrarono al Vaticano per quello che se ne sa, davvero parecchi denari per la costruzione della cattedrale e degli annessi, ma fu molto discussa, da un punto di vista della giustezza morale.

A latere questa pratica di pagare un obolo da destinare a San Pietro, volgarmente per il perdono dei peccati, era sostitutiva dell’indulgenza da riceversi con il pellegrinaggio a Roma.

Non mi stupisco dunque che abbia ricevuto largo consenso infatti sebbene viaggiassero molto le persone a quel tempo, non c’erano di certo gli aereoplani o i treni freccia bianca italo.

In ogni caso essa pratica fu molto chiaccherata e molto discussa e fu anche molto stigmatizzata come evidente dimostrazioone della corruzione dei costumi, addirittura gli venne data la stigmata di prodotto del diavolo o del male, insomma tra questioni di dottrina e volontà di rendere la Bibbia in volgare, e grande desiderio da parte dei potenti di sottrarre potere al Vaticano, nel dicembre 1517, quattro anni dopo la salita al soglio del nostro papa ritratto da Raffaello, ci fu un grosso scisma, o meglio per la precisione lo scisma avvenne nel 1522, comunque è nota come data quella del 1517 che coincide con l’affissione delle tesi alla cattedrale di Gutemberg da parte di Lutero, proprio con l’intento di staccarsi da Roma e dall’ingerenza del papa.

La data del 1522 è più precisa perché risulta essere quello l’anno in cui terminò il concilio ecumenico che decretò lo scisma, ovvero la separazione, di quella frangia della chiesa, rispetto alla chiesa cattolica romana.

Parliamo più olte di un altro papa più recente rispetto a Leone X, così come vorrei accennare al Innocenzo III, di molto precedente rispetto a Leone X, nel seguito dell’articolo, ma devo ancora trovare il suo ritratto, mentre del prossimo ne ho uno di Sebastiano del Piombo che… non ho mai visto di persona Clemente VII, ma così sulla fiducia, e conoscendo l’arte di Sebastiano Del Piombo, direi che sembra di averlo allo specchio, o di essere con lui nella stessa stanza buia, a ben guardarlo per qualche minuto, così come traspare una certa aurea di santità, peccato tralasciare papa Adriano VI (1552-1523), diretto successore di Leone X e predecessore di Clemente VII, infatti vedremo più oltre anche lui, ora però avanziamo con il ritratto di Anna Maria Luisa de’ Medici e dopo con il sacco di Roma del 1527.

Anna Maria Luisa de’ Medici

Abbiamo parlato, ho meglio ho scritto più sopra, nella sezione deciata a Leone X, del fatto che la casata de’ Medici da cui papa Leone X proveniva, si estinse con Gian Gastone de’ Medici nel secolo XVIII, penso dunque che sia corretto dire, tanto quanto sia doveroso precisare, che essa per la precisione si estinse con lei, la donna che vedete nel ritratto qui sopra, e che sarebbe Anna Maria Luisa (o Ludovica) de’ Medici, infatti è a lei che Gian Gastone de’ Medici lascia il suo patrimonio, ovvero alla sorella che è diventata Elettrice palatina e moglie di un Wittelsbach, per l’esattezza di Giovanni Guglielmo 2° di Wittelsbach-Neuburg, elettore del Palatinato.

La quale poi pensò bene di legare al Granducato di Toscana e la città di Firenze al patrimonio della famiglia Medici di cui lei fu ultima erede diretta e che comprende una buona maggioranza delle opere d’arte che possiamo ammirare oggi nel capoluogo toscano.

Sottoscrisse una convenzione conosciuta col nome di Patto Di Famiglia che sarebbe entrata in vigore alla sua scomparsa, avvenuta poi il 31 ottobre del 1737, ovvero 285 anni fa oggi 31 ottobre 2022, impedendo la dispersione e la decontestualizzazione delle opere d’arte che i suoi antenati avevano contribuito a realizzare con opere di mecenatismo, governando in maniera stabile e su più piani, in modo tale da promuovere lo sviluppo della personalità e della cultura e dell’artigianato dei cittadini i quali poterono scoprirsi anche grandi artisti e ottimi maestri.

Ancora una volta nella buona stella de’Medici l’indicazione è quella di prosperità e felicità per la gente curiosa e di buona volontà, infatti nelle motivazioni del lascito, si legge che esso viene attuato per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attrarre la curiosità dei forestieri.

Sacco di Roma del 1527

Johannes Lingelbach (1622-1674), Sacco di Roma del 1527, realizzato posteriormente all’evento dipinto.

Con il sacco di Roma, viene fuori la storia dei Colonna, una famiglia romana rivale a quella fiorentina de’ Medici; i Colonna videro di buon occhio l’occasione di rivoltare lo status quo e perciò colsero lo spunto asburgico di rivoltarsi mandando i loro uomini a saccheggiare Roma, cosa che avvenne il 6 maggio del 1527.

La vicenda è effettivamente complicata, nel senso che il sovrano asburgico Carlo V negherà poi di averci messo lo zampino, tant’è che il nostro Clemente VII, il papa sopracitato all’epoca in carica e che vediamo di seguito nel ritratto di Sebastiano Del Piombo, assolverà Carlo V d’Asburgo dall’accusa, ma in ogni caso non si può negare che, a meno di un enorme malinteso, il governo degli Asburgo in qualche modo entri nella vicenda, insomma dato che all’epoca c’erano due fazioni in forte contrasto tra loro, ottomani a parte.

Una di queste fazioni era dicotomica, ovvero costituita dal papa (un Medici) con il suo Stato della Chiesa insieme alla Francia di Francesco I uniti nella Lega anti imperiale Santa Lega di Cognac e l’altra fazione era formata dal Sacro Romano Impero Germanico unito alla corona e all’impero di Spagna proprio nella persona del potentissimo Carlo V d’Asburgo.

Fondamentalmente il papa Clemente VII voleva scongiurare di far annichilire il suo Stato della Chiesa dall’impero spagnolo e germanico che premeva a seguito delle conquiste in sud italia sui suoi confini a sud e che aveva preso ulteriormente campo su territorio francese dopo che Francesco I fu costretto nel 1526 al trattato di Madrid, e quindi Clemente VII si era fatto alleato del sovrano francese Francesco I dei Valois, in contrasto anch’egli con quello strapotere e perciò avevano stipulato La Lega Santa di Cognac, che comprendeva ovviamente anche Firenze, poi le Repubbliche di Venezia e di Genova e il Ducato di Milano, ma la serpe era in seno e cosa poteva esserci di meglio che conquistare Roma dall’interno?.

Qui siamo solo all’inizio della storia, che si fa nel seguito piuttosto intricata come è di solito la storia, per non perdere l’unità del testo qui redatto ovvero mostrare la Storia Dipinta, da cui il titolo, vi lascio a ulteriori approfondimenti in autonomia, in poche parole il cardinale Pompeo Colonna che aveva portato avanti la rivolta interna al terriorio dello Stato della Chiesa si ritirò a Napoli, quando a un certo Clemente VII chiese aiuto a Carlo V ( era un bluff, con le dita incrociate dietro la schiena promise a quelli di rompere la Lega Santa che teneva con i francesi, e allo stesso tempo di allearsi con loro che era proprio quello che avrebbero gradito, ripeto però era solo un trucco per far placare il tumulto e di lì a poco chiese l’aiuto proprio di Francesco I… non l’avesse mai fatto! Carlo V che si sentì preso per il naso, gli mandò i lanzichenecchi al comando sia di un certo Carlo III di Borbone Montpensier che era un ribelle del re di Francia sia di un altro certo Georg Von Frundsberg che indovinate un po’… era germanico e proprio aveva in odio lo Stato della Chiesa).

Fin qui non vi ho parlato di quanto sia ironica la sorte, ma lo farò al più presto, i più anziani tra i miei lettori ben lo sapranno già da soli, così come avranno già sentito usare l’appellattivo “Lanzichenecco” rivolto a qualcuno che fa danni e caos in maniera sistematica, perpetrando distruzione e rovina senza scampo, quindi immagineranno bene che cosa sia significato il passaggio dei lanzichenecchi a Roma… , considerando anche che i lanzichenecchi tedeschi erano circa 14000 e per l’epoca erano tanti, e che inoltre c’erano 6000 soldati spagnoli, e un numero imprecisato di bande italiane che pescavano bene nel torbido del caos del saccheggio.

Furono giorni difficili e di fuoco a Roma nel maggio del 1527, questo si può dire senza sbagliare di molto.

Clemente VII

Sebastiano del Piombo, Papa Clemente VII (Firenze 1485 – 1547 Roma), circa 1531, olio su ardesia, 105,4 × 87,6 cm (41 1/2 × 34 1/2 in.), US, Los Angeles, Getty Museum

Sotto Clemente VII l’orizzonte di Roma si copre di gravidi vapori somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia sciroccale che talvolta rende così pericolosi gli ultimi mesi d’estate.

Il papa è inviso ai vicini e ai lontani: gli uomini più saggi crollano tristemente il capo, e frattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze si affacciano eremiti a presagire la rovina d’Italia, anzi del mondo intero e a stigmatizzare col nome di Anticristo il papa medesimo: la fazione colonnese solleva arditamente il capo in atto di sfida.

Jacob Burckhardt

Il Cinquecento ( XVI secolo) è un periodo complesso, come abbiamo visto più sopra, segnato a Roma dall’ingresso dei lanzichenecchi nel 1527 in maniera episodica, ma che si può studiare già su un piano cosmopolita, nel corso di questo secolo infatti l’atlante della storia si amplia a l’America, con l’inizio delle conquiste d’oltreoceano, con la formazione delle prime colonie su suolo americano, quindi l’emigrazione dal Vecchio Continente di coloni talvolta in dissidio con lo stato dei fatti di dove vivevano prima di prendere il mare, altre in semplice cerca di fortuna.

Secolo in cui inizia la tratta degli schiavi, con uomini trattati come merce, parte del cosiddetto commercio triangolare, secolo in cui si avvicendano numerosi papi al soglio pontificio, secolo in cui il Papato (o Stato della Chiesa) è ancora una potenza sullo scacchiere geopolitico.

Una potenza che deve fare i conti con rivolte e scismi, di natura non solo dottrinale ma pretestuosa con un intento di indipendenza, e forse di conquista del territorio del papato, attraverso un tentativo di indebolimento e alleanze estere, che ha da fare i conti con il potentissimo Carlo V d’Asburgo, almeno fino al 1558.

Clemente VII, come abbiamo visto più sopra fu in carica durante la rivolta Coonna e all’attuazione del Sacco di Roma, e che come abbiamo visto ancora precedentemente nel ritratto di Leone X di Raffaello Sanzio, era già al fianco di Leone X il quale lo consacro cardinale, ruolo che mantenne anche durante il papato del suo diretto predecessore, papa Adriano VI.

Fu eletto a capo dello Stato della Chiesa, nonché vicario di Cristo in terra, nel 1523, per la precisione il 19 novembre 1523 e poi rimase in carica fino alla sua morte, il 25 settembre del 1534, resse dunque 10 anni e 310 giorni.

Abbiamo detto che era un de’Medici, figlio di Giuliano de’Medici, ucciso ad un mese della sua nascita (nel 1478) nel contesto della Congiura de’ Pazzi.

Dunque il nostro Clemente VII, pardon, il nostro Giulio Zanobi di Giuliano de’ Medici, fu preso dopo un certo periodo sotto la diretta protezione dello zio Lorenzo di Piero de’ Medici, meglio noto come Lorenzo il Magnifico, umanista, scrittore, grande mecenate, una delle personalità e dei più significativi uomini politici del Rinascimento, signore di Firenze dl 1469.

Nel 1495 però le cose si misero male, sempre per sollevazioni, invidie e rivolte contro il governo de’ Medici in Firenze, all’epoca era succeduto il figlio del Magnifico, cugino di Giulio, quindi Giulio per la sua incolumità, se ne scappò a Bologna, stando ospite da Giovanni, altro suo cugino, il futuro Leone X.

Quindi ora penso che capiamo meglio come mai il nostro Giulio Zanobi di Giliano de’ Medici, alias Clemente VII, è proprio là, ritratto, molto più giovane, alla destra di suo cugino Giovanni (papa Leone X), nel dipinto di Raffaello Sanzio.

Nel dipinto di Sebastiano del Piombo che vediamo in questa sezione, è sempre lui, invecchiato di più di un giorno, con la barba, una certa forza che pareggia un certo peso.

Facciamo ora un piccolo salto indietro magari di un secolo, che ne dite? Propongo un giro nella guerra dei cent’anni, seguitemi più oltre vediamo una raffigurazione del cosiddetto assedio di Orleans.

Assedio di Orléans

Jules Eugene Lenepveu, Giovanna d’Arco all’assedio di Orleans, dipinto tra il 1886 e il 1890

Storicamente l’assedio di Orléans segna una vittoria del regno francese nella guerra dei cento anni ovvero contro il regno Inglese; la cosiddetta guerra dei cent’anni durò per l’esattezza cento sedici anni (dal 1337 al 1453) con varie interruzioni e varie riprese, nonché varie cause e, l’assedio di Orléans, ovvero della città di Orléans durò dal 12 ottobre 1428 all’8 maggio del 1429.

Ma avete già sentito parlare della Battaglia Delle Aringhe ?

Battaglia Delle Aringhe

Si tratta di una battaglia così nominata per il fatto che era in ballo il blocco di rifornimenti mangerecci per gli assedianti, quindi i francesi bloccarono questa partita di aringhe che sarebbe finita sotto i denti degli inglesi che stavano assediando la città francese, Orléans; in altri termini è una delle battaglie dell’assedio di Orléans.

C’è una raffigurazione di questa battaglia delle aringhe ma possiamo sorvolare, andiamo avanti con un altro argomento, questa volta nell’ambito della Storia Moderna, ma pur sempre una delle guerre più lunghe e sanguinose che possiamo raccotare, sto parlando ovviamente della guerra dei Trenta anni, così chiamata perché durata una trentina d’anni ovvero dal 1618 al 1648, e quindi ecco a voi una xilografia, che mostra un fatto che gode di una certa gloria sui banchi di scuola, la defenestrazione di Praga, pretesto per l’inizio del conflitto per l’egemonia sul territorio del Vecchio Continente.

Defenestrazione di Praga

Matthäus Merian il vecchio, Defenestrazione di Praga, xilografia

Prima di tutto veniamo al dipinto, o meglio in questo caso alla stampa con tecnica xilografica, so che molti di voi ricorderanno della Defenestrazione di Praga, ma senza troppi ulteriori dettagli, se non che è stata la scintilla che ha fatto iniziare una qualche guerra, certi altri ricorderanno che è stata la scintilla che ha fatto iniziare la Guerra dei Trent’anni, finita nel 1648 quindi iniziata nel 1618, per gli altri che non ne hanno ricordo, perché non ne hanno mai sentito parlare prima d’ora, poco male, non ne sanno molto di più gli altri.

Dunque dicevo veniamo al dipinto, vedete che ci sono due persone che sono a gambe all’aria e una terza che è presa con la forza?.

Ebbene la terza persona in questione quasi al centro del dipinto leggermente più a sinistra, verrà buttata di sotto anche quella, come si potrebbe dire, defenestrata, infatti questo dipinto è meglio detto la Terza defenestrazione di Praga.

Perché questi tre tomi vennero buttati fuori dalla finestra dipende molto da una questione più ampia, anche se non c’è nessun buon motivo per buttare qualcuno giù da una finestra, figurarsi per buttarne tre.

Quindi nel proseguo tenterò di rinfrescare la memoria a chi ha già studiato della defenestrazione di Praga, gli altri per l’amor del cielo, cerchino di capire che condensare l’inizio della guerra dei trent’anni è una operazione che si può fare, ma che comunque non potrà mai toccare tutta la complessità della vicenda, proprio perché ai fini della sintesi è necessario trattarla in breve e che trattare in breve una vicenda porta con sé la conseguenza di non approfondire sulle questioni e è bene tenere presente, per un eventuale studente che legga qui, che gli esperti di storia più sono lontani dalla contemporaneità più tendono a detestare la sintesi, in altre parole ho notato che uno storico esperto in storia contemporanea, tipo dal 1848 ad una cinquantina d’anni fa, sarà di solito abbastanza ottemperante a sintesi sulle vicende, mentre invece parlando in generale, un medievista non può nemmeno concepire l’approccio di un contemporaneista, e dato che nella maggior parte dei casi non ha mai ragionato sul fatto che la tal questione è sintetizzabile in tal modo, finirà per bollare come eresia la vostra visione della cosa sebbene essa possibilmente sia giusta; gli storici moderni di solito, sono abbastanza restii a lasciare questioni in sospeso a causa di una necessità di sintesi, quindi in maniera logorroica approfondiscono senza di solito mantenere una visione unitaria di una vicenda andando nelle minuzie su una microcosa a cui viene conferita pro-tempore una importanza che in altro contesto potrebbe essere ritenuta spropositata, senza contare che, sebbene la storiografia per quanto riguarda questioni di storia moderna sia notoriamente molto vivace, non accettano il fatto, in linea di massima, che abbiano pubblicato nuove cose che essi stessi non sanno, magari su una determinata questione e quindi pretendono che uno sappia anche quello che non è più vero da trent’anni, insomma io amo la storia moderna, per questo metto sull’avviso, ragazzi, non studiate storia moderna sul Bignami e non sintetizzate nulla di vostra spontanea volontà, credendo poi di poter avere una ottima votazione, posso assicurarvi che la cosa non funzionerà e non vorrei che questo frustrasse la vostra tranquillità o la vostra passione per la Storia, infatti, sebbene ci siano miei colleghi che in modo vile intimino di non seguire materie storico- letterarie all’università, probabilmente perché uno schiavo colto è considerato erroneamente uno schiavo infelice, lo studio della Storia è davvero edificante e potrebbe diventare la vostra vita, ma ecco, studiando in maniera sintetica la storia moderna, sappiate che state per fare un buco dell’acqua ma, per l’amor del cielo, fatelo, d’altra parte prima bisogna avere una idea generale, checché ne dicano gli altri, poi approfondirete, col tempo.

Questa xilografia che avete visto più sopra ritrae un fatto accaduto il 23 maggio del 1618, noto come la Defenestrazione di Praga, perché qualcuno ha defenestrato (buttato fuori dalla stanza attraverso delle finestre che erano come dire al 5° piano di un palazzo) qualcun altro, a Praga, città che si trova in Europa e che esiste con questo nome all’incirca dal 950 d.C. e che si trova in Boemia, una regione storica del Vecchio Continente in cui passa il fiume Moldava e che attualmente è nel territorio della repubblica Ceca grossomodo ma che all’epoca dei fatti degli sventurati defenestrati si trovava nientemeno che nel Regno Di Boemia parte del Sacro Romano Impero, che in quel periodo aveva da poco cambiato guida e che, dati molti fatti contingenti era in un perido di turbolenza legata a questioni come dire di culto religioso, infatti se così si può dire, membri dell’aristocrazia dell’epoca che non era molto tranquilla buttarono di sotto due governatori imperiali e un segretario; si tratta delle finestre di un castello, come era probabile, di un castello, il castello di Hradčani.

E così scoppio la guerra poi, diciamo erano ai ferri corti ecco, e quindi venne fuori la scintilla che innescò il pagliaio.

Questi tre tizi gettati dalle finestre, non morirono sul colpo, sapete il terreno su cui sorgeva il castello (si legge Radtjani) aveva una certa pendenza del terreno, tale che per lo più rotolarono, credo, anche se la sopravvivenza dei tre, di cui vi scrivo i nomi qui sotto, che nemmeno subirono gravi danni, venne vista come un segno divino, un segno della provvidenza divina, che all’epoca voleva dire molto, ecco molto più di quello che potrebbe avere oggi.

Mattia d’Asburgo e Ferdinando II d’Asburgo

In sintesi questi vennero defenestati perché il regno, passando nel 1617 da Mattia d’Asburgo al suo cugino cattolico Ferdinando II d’Asburgo, ebbe delle modifiche dal punto di vista della libertà di culto su cui protestanti ormai facevano conto, ovvero il nuovo re di Boemia Ferdinando II d’Asburgo ahinoi ritirò la lettera di maestà indirizzata a tutti gli abitanti della Boemia, scritta da Rodolfo II del Sacro Romano Impero nel 1609 e che concedeva ai boemi libertà di culto, poi ovviamente mise il veto, nel 1618, alla costruzione di nuove chiese protestanti.

La cosa provocò una ribellione dei protestanti (in prevalenza ussiti) e la defenestrazione dei delegati di Ferdinando II e del segretario, ne è il culmine.

Di lì a poco il re di Boemia Ferdinando II d’Asburgo, ovvero l’anno seguente, nel settembre del 1619, sarebbe stato incoronato anche imperatore del Sacro Romano Impero e fu guerra per tutta la sua vita infatti fu in carica fino alla morte accaduta il 15 febbraio del 1637.

Gli succedette il figlio, che fu in carica per ventanni di cui i primi unidici ancora in guerra, be’ capite bene che le guerre a volte sono o sembrano infinite, comunque questa guerra iniziata nell’ambito del regno di Boemia per il bisticcio con i diritti degli ussiti, poi si allargò a una questione di egemonia dell’Europa centrale, insomma la cosa si complica purtroppo, non è che stanno lì a trucidarsi a Praga per trent’anni; è chiaro.

La Guerra Dei Trenta Anni piuttosto si suddivide in quattro fasi, fino al 1625 restiamo in Boemia con il grosso delle vicende, dunque si parla di fase boemo-palatina dal 1618 al 1625, poi abbiamo la fase danese, quella svedese e la fase francese, con questa sono quattro, anche se non è da trascurare a cavallo tra il periodo danese e quello svedese per la precisione dal 1625 al 1631 un conflitto sul territorio italiano che a volte è chiamato quinta fase della guerra dei trent’anni anche se sarebbe più giusto inserirlo nel secondo periodo della guerra ovvero quello danese, magari chiamandolo danese-italiano, vediamo più oltre nel dettaglio.

  • 1618-1625 periodo boemo palatino;
  • 1625-1629 periodo danese e italiano (almeno ricordando che il periodo italiano della guerra inizia nel 1628 e arriva fino al 1631);
  • 1630-1635 periodo svedese;
  • 1635-1648 periodo francese.

Sul primo periodo (boemo-palatino) qualcosa ho detto, vedo ora di aggiungere qualcosa sul secondo, il periodo danese, che io suggerisco di chiamare danese-italiano, fondamentalmente è detto danese per l’intervento della Danimarca nel conflitto; la Danimarca si schiera contro i cattolici, dunque contro Ferdinando II d’Asburgo e contro la Lega Cattolica, l’intervento danese si rivelerà poi fallimentare; è detto italiano invece perché si svolge in nord Italia e è legato alla succesione del ducato di Mantova e del Monferrato, per questo la vicenda è nota anche col nome di (Seconda) Guerra Del Monferrato, in breve i francesi vorrebbero appropriarsi del ducato di Mantova e Monferrato in un periodo di vuoto di potere legato alla prematura morte del duca reggente (scomparse a 33 anni) e relative questioni dinastiche, ma gli spagnoli si oppongono.

Il nostro Ferdinando II che abbiamo nel ritratto qui sopra, ovviamente appoggia gli spagnoli nella vicenda, perché avevano proposto Ferrante II Gonzaga e da sempre Mantova fu stata dei Gonzaga.

Il periodo svedese va dal 1630 al 1635; il 6 luglio del 1630 l’esercito svedese guidato dal loro re Gustavo II Adolfo, sbarcano nel territorio della Pomerania, per la precisione sull’isola di Usedom, recentemente acquisito dal Sacro Romano Impero, gli svedesi hanno in mente di soccorrere i principi protestanti tedeschi nella lotta contro i cattolici, e inoltre prevenire una possibile restaurazione del cattolicesimo nel regno di Svezia, ma anche avere una maggior influenza sulle tratte commerciali del Baltico e in generale avere una maggior influenza sui territori ivi affacciati.

Ovviamente la cosa era di grande interesse anche per i francesi e dagli olandesi che segretamente sovvenzionavano gli svedesi, abbastanza segretamente e abbastanza palesemente, nel senso che fu proprio il cardinale Richelieu che si interesso per la stipua nel gennaio del 1631 del trattato di Barwalde che portò a coprire con le tasche di Luigi XIII per quattro quinti i costi della guerra svedese.

Insomma a causa di questo primo attacco ai territori imperiali l’imperatore Ferdinando II, dovette richiamare un certo ben noto condottiero Albrecht von Wallenstein, un boemo arricchito con la confisca di certe terre e che al principio della guerra mise il suo esercito al servizio di Ferdinando II, ma che poi era stato concedato con l’accusa di tramare contro la Lega Cattolica a favore dei protestanti e la guerra ebbe a barcamenarsi fino a che questo Wallestein fu da mezzo, al suo posto fu messo il figlio di Ferdinando II, Ferdinando III.

Entriamo dunque nell’ultimo periodo della guerra dei Trenta Anni, o periodo conclusivo eppure di maggior durata, si considerano infatti in questa fase gli avvenimenti che vanno dal 1635 al 1648 anno quest’ultimo in cui fu siglata la pace di Westfalia.

Si tratta di una vera e propria guerra nella guerra nel senso che la Francia invia una dichiarazione di guerra alla Spagna a seguito di un casus belli e dunque scende alle armi con i suoi stessi vessilli e a volto scoperto, mentre fino a quel momento, aveva agito nell’ombra per così dire e in maniera tutto sommato velata.

L’azione della Francia fino a quel momento, la dichiarazione di guerra del 26 maggio 1635, era stata legata al sovvenzionare la guerra rifornendo gli svedesi (segretamente) attingendo direttamente dalle finanze di Luigi XIII per mano di Richelieu, e poi agendo sulla fase legata alla successione del ducato di Mantova e del Monferrato, cosiddetta fase italiana come abbiamo visto più sopra, ma da quel 1635 le forze in campo schierate erano effettivamente e apertamente franco-svedesi.

Lunga storia breve, i franco-svedesi subirono fino al 1941, poi presero il sopravvento e furono le truppe del Sacro Romano Impero e gli spagnoli a retrocedere, firmando la famosa duplice pace di Westfalia, nel 1648, e il trattato dei Pirenei nel 1659.

La pace di Westfalia (o Vestfalia) riuscì grazie alla buona influenza di alcuni interessati al suo ottenimento ovvero grazie alla mediazione efficace e profiqua specialmente di un paio di diplomatici, Alvise Contarini e Fabio Chigi.

Sapete chi sono? Li avete già sentiti nominare prima?.

Alessandro VII al secolo Fabio Chigi

All’epoca della pace di Westfalia Fabio Chigi non era ancora papà, piuttosto era inviato a Colonia come nunzio apostolico, al soglio pontificio a quell’epoca sedeva Inoocenzo X, dal 1644.

Ora che avete visto però se no vi dispiace avrei intenzione di spostarvi da una altra parte e in un altro periodo, tutto un altro secolo, cari lettori andiamo al 1519 o meglio torniamo a quell’epoca da dove eravamo rimasti molto più sopra, quando vi raccontavo di Massimiliano 1°, siete dunque pronti a conoscere il suo successore, il grandissimo, l’immenso, Carlo V?.

Carlo V (d’Asburgo)

Tiziano Vecellio (attribuito ufficialmente) o Lambert Sustris (attribuito), ritratto di Carlo V d’Asburgo assiso, 1548, olio su tela, dim 205 x 133 cm (80,7 x 48 in), conservato in Germania, presso Alte Pinakothek di Monaco.

Questo ritratto di cui vedete l’immagine qui sopra è attribuito a Tiziano Vecellio, ed è posteriore al 1516, anno in cui lui, Carlo V, salì al trono di Spagna (Castiglia e Aragona), il ritratto infatti è del 1548.

Realizzato ad olio su tela, è piuttosto grande, 205 x 133 cm (80,7 x 48 in) conservato a Monaco in Germania; al più presto metterò la didascalia con tutti i riferimenti soliti, a meno che non la vediate già, sotto all’immagine.

Ora mi preme di più parlare di lui l’Asburgo, Carlo V, amatissimo, odiatissimo, temutissimo, sospiratissmo e scaltrissimo, il cui impero era così vasto da non riposare mai completamente; quando comparse per la prima volta in Spagna, non fece una buona impressione, all’epoca di quella prima volta era un giovane goffo e sgraziato, con una mascella insolitamente pronunciata.

Aveva l’aspetto di un semplice di spirito o almeno dava questa impressione che, unita a un imperdonabile difetto, non saper parlare il castigliano, costituiva una combinazione talmente infelice da poter essere superata da una sola incommensurabile pecca, ovvero l’essere totalmente all’oscuro dei fatti della Spagna e così era, infatti per certo lui non sapeva assolutamente nulla degli intrighi, delle vicende, dei fatti spagnoli, in ultimo era circondato da uno stuolo di “fiamminghi rapaci“, molto mal visti dai castigliani, per di più soffriva del confronto inevitabile con Ferdinando, suo fratello il quale aveva il vantaggio agli occhi di tutti, e specialmente dei Ribera, di essere educato alla maniera castigliana.

Carlo V arrivò in Spagna a seguito di un viaggio durato molti mesi, condotto sia per terra che per mare e quando dico che non sapeva assolutamente nulla della Spagna, be’ non sto esagerando, è così; dunque quando finalmente approdò su suolo spagnolo dovette sembrargli un incubo, infatti approdò in un tratto selvaggio delle costa asturiana, perché i venti contrari impedirono di sbarcare a Santander, e già in precedenza venti sfavorevoli lo avevano tenuto bloccato, per due mesi, a Middlerburg dove era arrivato il 4 luglio 1517 e dove rimase fino alla seconda settimana di settembre.

Finalmente sceso in quel posto impervio dell’asturia, dovette il proseguire del viaggio, sembrargli un incubo, condotto dal nord della Spagna giù verso sud, passando per impervie strade di montagna in un paese barbaro, impreparato a ricevere lui e il suo seguito di duecento persone, buoi, asini e cavalli, con cui viaggiava, inoltre sempre che la vicenda possa andare peggio, egli durante il viaggio si ammalò, cosa che comportò la decisione di tenere il prezioso Carlo d’Asburgo lontano dall’aria di mare, considerata insalubre, e dunque il viaggio si svolse proseguendo verso sud, passando nell’interno con tutte le relative scocciature come ad esempio strade tortuose, nebbia, percorso più accidentato.

Parentesi dinastica

Sapete già come mai Carlo V ebbe la reggenza della Spagna? Si tratta di questione dinastica in cui mi addentro ora e di questione diplomatica che vi spiego qui via via.

Non è che sia possibile fissare un punto preciso nella storia che indichi il motivo dello svolgersi delle cose, bisogna vedere se si usa una lente che mette a fuoco un lungo periodo o una scala che si addentra in un periodo più breve, tuttavia credo che sia comunque un argomento che si possa affrontare, evitando il nichilismo più disperante.

In breve si tratta di una combinazione legata a matrimoni diplomatici e morti premature, il che non è affatto una novità dal punto di vista delle dinamiche per salire al trono in questa epoca.

Alla morte di Isabella di Castiglia nel 1504 il trono di Spagna idealmente toccava a sua figlia Giovanna e poi a suo nipote Carlo e così fu che Carlo salì al trono a seguito della morte del nonno Ferdinano il Cattolico (marito della nonna Isabella), perché Giovanna, la figlia di Isabella e Ferdinando nonché mamma di Carlo, sì, rimarrà regina di Castiglia a vita, ma non è che fosse tanto stabile, mentre Filippo, il marito di Giovanna (e papà di Carlo), morì il 25 settembre 1506, dopo che si era fatto lasciare il regno da Ferdinando, il marito vedovo di sua suocera Isabella di Castiglia a cui poi venne ridato dalla Cortes (sorta di Parlamento) nel 1510 per inettudine di Giovanna che decise di ritirarsi a Tordesillas, e perché Carlo era troppo piccolo, aveva sei anni e tra l’altro si trovava nelle Fiandre dove era stabilita la sua educazione presso il precettore Adriano.

Vi dicevo più sopra all’altezza del dipinto di Massimiliano 1 realizzato da Albrecht Dürer, che Carlo V è suo nipote, sì perchè il Filippo sopracitato deceduto il 25 settembre 1506, era figlio di Massimiliano, il quale figlio sposò Giovanna mentre la figlia di Massimiliano, Margherita, sposò il fratello di Giovanna, che si chiamava Giovanni che morì sei mesi dopo le nozze con Margherita, la quale era nel frattempo rimasta incinta, ma partorì un figlio nato morto.

Prima di fare un discorso più generale sul regno di Carlo V, mi preme sottolineare, sempre su questioni dinastiche, che la primogenita di Ferdinando il Cattolico quello a cui fu ridato il trono nel 1510, il nonno materno di Carlo V, che si chiamava anche lei Isabella, e che era regina del Portogallo moglie del re di Portogallo Emmanuele, era già morta da un pezzo, morì nel 1498, e purtroppo anche il cuginetto di Carlo, Miguel, figlio della zia Isabella regina di Portogallo, era stato richiamato al creatore nel 1500.

Riprendiamo il viaggio

Chiuderei quindi la parentesi dinastica, e credo che ora sia chiaro il perché si insista tanto per mettere le date di nascita e morte accanto alle persone citate quando si tratta di storia infatti si chiamavano pressocché tutti alla stessa maniera, e dunque mi ricollegherei all’avventuroso viaggio che si diceva portò Carlo V in Spagna.

Il 4 novembre 1517 lui e il suo corteo di 200 persone con muli cavalli e tutto arrivò aTordesillas, dove Giovanna regina di Castiglia si era ritirata nel lontano 1509.

Lì ebbe un breve incontro con la madre dalla quale ottenne la necessaria autorizzazione ad assumere il potere di sovrano di Castiglia anche se la morte del nonno Ferdinando lo aveva reso sovrano di Castiglia e di Aragona perché lei si era ritirata dalla per così dire vita politica dopo la morte del marito Filippo.

All’epoca in cui Ferdinando morì e Carlo prese la reggenza, come di solito capita in questi casi, c’erano degli attriti in Castiglia, tanto è che alcuni continuarono per un bel pezzo a rivolgersi a Carlo con il titolo di Sua Altezza riservando il titolo di Sua Maestà a Giovanna perché la consideravano la sola regina di Castiglia; erano attriti che riguardava il governo dei Cisneros e la cerchia degli aristocratici spagnoli che invece si stringevano attorno a Carlo, sottolineando di stare in guardia dall’impiego di quanti avevano servito Ferdinando poiché si trattava di notoriamenti corrotti.

Immagine fotografica delloScudo detto del Plus Ultra, realizzato in acciaio oro e argento da un anonimo armaiolo milanese tra il 1535 e il 1540, conservato a Madrid presso la Real Armeria.
Questa immagine fotografica mostra sia lo scudo sia parte del disegno dello scudo, e l’ho fotografata nell’ambito di una mostra in Italia presso Palazzo Te a Mantova, l’immagine cortesemente ha diritti riservati, in quanto di mia proprietà.

Nel gennaio del 1519, per la precisione alla fine del gennaio 1519, ovvero 523 anni fa, quando gli giunse la notizia che suo nonno Massimiliano I era morto, Carlo era in cammino verso Barcellona.

Ci vollero cinque mesi e lo sborso di ingenti somme di denaro oltre che numerosi intrighi, prima che Carlo V fosse messo sul trono imperiale al posto del nonno, assumendo il titolo di SCCR Magestad, Sacra Cesàrea Catòlica Real Magestad.

Carlo dunque aggiunseai titoli di re di Castiglia e Leon, re di Aragona, duca di Borgogna conte di Barcellona anche il titolo di Imperatore Eletto Del Sacro Romano Impero, il che era di massimo prestigio e di grande potere infatti questo ampliava notevolmente i territori della sua influenza e dominio.

Il problema era che Carlo con il suo seguito fiammingo in Spagna aveva lasciato e satva lasciando l’impressione che il paese fosse spremuto all’osso dagli stranieri.

E considerando le nuove tasse che Carlo avrebbe messo per finanziare le aumentate spese questo dava da credere che ci sarebbero stati tumulti, che ci furono, anche perché era previsto che per lunghi periodi il sovrano sarebbe rimasto assente dal paese.

In effetti già nel gennaio dell’anno seguente (1520) Carlo attraversò la Castiglia per imbarcarsi diretto in Inghilterra e Germania, dunque l’elezione di Carlo a Imperatore del Sacro Romano impero, ebbe delle conseguenze nel suo rapporto con i sudditi spagnoli, già complicati per le varie fazioni interne all’aristocrazia nobiliare.

Tuttavia qualcuno, specialmente tra i catalani tra cui in quel periodo Carlo risiedeva, intravide le prospettive favorevoli che poteva offrire un sovrano forestiero, prospettive di cui i risultati avrebbero potuto essere tali da poter compensare le carenze, ma i visionari, come spesso accade nella storia, erano esigui, rispetto agli scontenti.

Scendendo sul territorio spagnolo all’epoca dell’elezione di Carlo a imperatore del Sacro Romano Impero, Toledo la città castigliana, sobbolliva di risentimento e da questa città si levarono forti voci di protesta contro la partenza di re Carlo dalla Castiglia.

A proposito di cosiddetti visionari, e anche a proposito dello scudo che vedete sopra il Plus Ultra, penso sia arrivato il momento di raccontarvi di Cristoforo Colombo (Genova 1451- Valladolid 1506); ma questo richiede un passo indietro, all’epoca in cui i sovrani di Castiglia e Aragona erano la regina Isabella I di Castiglia e re Ferdinando II d’Aragona, ovvero i nonni materni di Carlo V d’Asburgo.

Perciò reggetevi forte, ci spostiamo indietro.

Cristoforo Colombo

Emanuel Gottlieb Leutze, Colombo di fronte alla regina, 1843, olio su tela, dimensioni c. 98 x 129 cm (circa 38 x 51 in) USA, New York, Brooklyn Museum.

Il dipinto a olio su tela di Emanuel Gottlieb Leutze conservato al Museo di Broklyn negli Stati Uniti come vedete qui sopra è stato realizzato nel XIX secolo, ma racconta di un fatto avvenuto ben quattro secoli prima, ovvero rispetto a oggi, circa sei secoli fa.

Si tratta della richiesta di finanziamento dell’impresa marittima di recarsi a Occidente (in India) buscando l’Oriente da parte del marinaio genovese Cristoforo Colombo ai sovrani di Castiglia e Aragona, Isabella e Ferdinando.

antefatto

Suo fratello Bartolomeo lavorava come cartografo in Portogallo già da qualche tempo quando lui lo raggiunse a Lisbona dove si recò per lavoro nel 1478 e dove si convinse che oltre le isole Azzorre dovessero esserci le Indie.

Ne 1483 il re del Portogallo da cui Colombo si recò per primo a chiedere sponsor dell’impresa, non ci vide nulla di concreto e dunque di lì a poco eccolo là, di fronte ai sovrani di Castiglia e di Aragona a chiedere di investire nell’esplorazione.

Non è che le cose siano mai così facili nella vita e nella storia, infatti sebbene poi alla fine consentirono l’impresa, a tutta prima rifiutarono anche loro.

L’incontro del maggio 1487 con i regnanti spagnoli andò male, quindi Colombo passò a chiedere alla monarchia inglese e a quella francese, con insuccesso.

Poi le cose si sbloccarono, nel 1942 Cristoforo Colombo ricevette una missiva in cui gli veniva comunicato che i sovrani Isabella e Ferdinando II lo avrebbero ricevuto una seconda volta.

Nel frattempo infatti Isabella di Castiglia aveva tenuto consiglio con il ministro delle finanze o per meglio dire il tesoriere Luis De Santàngel e con altri che le assicurarono di poter finanziare l’impresa e dato che i suoi confessori personali erano propensi e specialmente lo era il vescovo Alessandro Geraldini il quale non solo era suo confessore, ma conosceva personalmente i fratelli Cristoforo e Bartolomeo Colombo, la regina Isabella, ebbe acconsentito, prima di che il navigatore fu inviato a chiamare.

E appunto sempre perché nulla va mai bene se non alla fine, Cristoforo ebbe ad andarsene dall’incontro, infatti aveva avanzato delle richieste, tipo la carica di vicerè, il 10 per cento di rendita dei traffici marittimi e altro, tale che i sovrani probabilmente restarono spiazzati e gli rifiutarono l’accordo lì per lì.

Poi venne richiamato di nuovo e i sovrani iberici accettarono: in caso di successo dell’impresa, sarebbero state accordate a Cristoforo tutte quelle clausole che poneva.

Cristoforo Colombo era dunque sul punto di scoprire le Indie Occidentali, come credeva.

Cambiamo zona, ma restiamo nei pressi del 1492, vediamo adesso Enrico VIII Tudor che all’epoca era un lattante, fu nato infatti circa nel 1491.

Enrico VIII Tudor e Caterina d’Aragona

Ritratto a figura intera di Enrico VIII Tudor, c. 1537-1557, olio su tavola, dim 238, 2 x 134, 2cm UK, Liverpool, Walker Art Gallery, National Museum Liverpool

Ora può sembrare strano questo salto di zona e di tempo, ma d’altra parte non è così insolito se pensate che Caterina d’Aragona, era la zia di Carlo V d’Asburgo, per la precisione era sorella di Giovanna La Pazza ( la mamma di Carlo V), nonché quinta figlia di Isabella di Castiglia e di Ferdinando II di Aragona e poi moglie di Enrico VIII (28 giugno 1491-28 gennaio 1547).

Caterina d’Aragona sposò Enrico VIII il 24 giugno 1509 ma le cose, come spesso accade nom furono proprio lineari per arrivare a quel sì.

Tanto per darvi un’idea Caterina a sedici anni, nel 1501, aveva sposato Arturo che aveva soli 15 anni e era fratello maggiore di Enrico VIII, ma il destino o banalmente una infezione se lo portarono via di lì a poco, senza che il matrimonio fosse consumato e lasciando così il trono a Enrico che aveva circa soli 11 anni all’epoca dei fatti.

Articolo in aggiornamento.

di Elettra Nicodemi

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