Letteratura

Un Totem alla sartoria Da Quasimodo

Il sarto Quasimodo Genovesi andava dal barbiere regolarmente ogni quindici giorni.

Da circa vent’anni prima di aprire il negozio di sartoria Da Quasimodo in via Venchi numero ventiquattro, ogni quindici giorni alle ore sette e venti del mattino, capitava di fronte al negozio da barbiere di Sandrino Alemanni.

Il fatto che la periodicità fosse basata su un numero dispari, non alterava affatto l’accordo tra il sarto Quasimodo e il barbiere Sandrino.

Quasimodo alle sette e quindici, nel momento successivo a quello in cui aveva svoltato l’angolo della strada per immettersi in via Venchi, vedeva dall’altro lato del marciapiede Sandrino, chino, intento ad alzare il piede della saracinesca.

In capo alle sette e venti -come si diceva- ogni quindici giorni, Quasimodo sedeva sulla poltrona da barbiere che preferiva, quella che dava le spalle alla porta di ingresso.

Aghi da cucito e peli della sua barba, tenere in ordine gli uni per Quasimodo, in maniera del tutto inconscia -se non per la riflessione passeggerà che gli balenò per la mente un giorno in cui stava seduto sulla sua poltrona preferita, nell’attimo in cui incrociava il suo volto nello specchio- tenere a posto gli uni, significava tenere a posto gli altri.

Quella volta in cui per la prima e unica volta gli passò per la mente quella correlazione, era stato nel giugno del 1985.

Tornando a noi, era ora di chiudere, le luci erano già spente, il cartellino girato, il libro posato.

Quasimodo avvertì la sensazione di essere sul punto, nel mentre varcò la porta, di separarsi da una parte del suo corpo; e nel girare la chiave nella toppa, fu sicuro si trattasse del libro, perciò chiuse con maggior gusto, così che nessuno glielo rubasse.

Afferrando la saracinesca ricapitolò, a parte la pila dei rammendi della giornata, aveva un paio di spose da vestire, altrettanti sposi e il completo per il signor Martini che doveva essere pronto per marzo.

Per il giorno del suo compleanno il signor Martini avrebbe partecipato ad una festa e voleva qualcosa di nuovo da mettere, perché con quella gobba che si ritrovava, non voleva “dispiacer nell’occhio”, in altre parole teneva a fare bella figura tra i nipoti e specialmente tra le nipoti.

Patrizio Martini dunque gli aveva ordinato un abito che, parola di sarto, sarebbe stato un piacere indossare.

Quasimodo sapeva come scontare almeno cinque centimetri alla gobba dell’anziano cliente.

Inoltre era molto contento che i suggerimenti sul colore e sul tessuto dell’abito erano stati approvati.

Le concessioni del signor Martini, permettevano a Quasimodo di realizzare la giacca che aveva immaginato per lui, il che lo rendeva naturalmente molto felice non solo perché poteva realizzare quello che aveva in mente, ma anche perché dimenticandosi della gobba, con la giacca giusta, il signor Martini avrebbe avuto la bella festa che desiderava.

A ben pensarci Quasimodo Genovesi avrebbe potuto fare il conto a ritroso di quindicina in quindicina, per ricordare che era il quattordici del mese di giugno del 1985, tra un quarto alle otto e le sette e venti del mattino.

Alle otto meno un quarto Quasimodo salutava il barbiere Alemanni e metteva piede fuori dal negozio per attraversare il marciapiede, poi la strada e dunque recarsi al suo studio, la Sartoria Da Quasimodo, ad appena cento passi di distanza.

Quel giorno Quasimodo sollevò la saracinesca, aprì la porta a vetri, afferrò il cartellino dondolante con su scritto Chiuso e lo girò dalla parte buona.

Ora diceva “Aperto”, mentre l’orologio a cucù indicava la solita ora e Quasimodo accendeva la luce.

Quel giorno Quasimodo sedette dietro il bancone e non alzò gli occhi dal libro che stava leggendo nemmeno per un secondo.

Durante la giornata erano entrati e usciti vari clienti, come ebbe modo di notare soffermando lo sguardo sul bancone poco prima di uscire a fine giornata.

Dopo aver girato il cartellino attaccato alla porta si era reso conto di aver ancora, saldamente stretto nella mano sinistra, il libro che fino a poco prima stava leggendo.

Quindi era tornato al bancone per appoggiarlo e allora si era reso conto della catasta di panni da aggiustare.

Sullo spunzone porta foglietti le consegne per ognuno di quegli abiti, il nome dei proprietari e un recapito telefonico.

Si ricordò dell’invito di uno, a mangiare una fetta di crostata da lui, a cui aveva risposto – Be’ si certo, certamente- e a cui aveva aggiunto -grazie molte- come faceva di solito.

A tutti quel giorno Quasimodo aveva adattato la decina di paia di frasi che aveva imparato a dire in trentacinque anni di mestiere e probabilmente nessuno si era accorto che quello era un giorno diverso, a parte, gli venne il dubbio, per il tizio che gli aveva detto della crostata.

La prossima volta avrebbe guardato quel tizio in volto, certo solo per riconoscerne la fisionomia, per individuarlo anche senza sentirlo parlare; utile, qualora quello si fosse trovato nel suo negozio; nel caso in cui ci fosse la fila al bancone, pensava Quasimodo, avrebbe potuto salutarlo di lontano, con un cenno.

Il signor Martini aveva voluto aggiungere anche i pantaloni alla giacca, Quasimodo gli avrebbe chiesto di nuovo se era sicuro della commissione, ma in fondo lui stesso pensava che un completo giacca e pantalone era l’ideale.

Abbinare un pantalone qualsiasi sul verde di quella giacca, sarebbe stato facilissimo, ma per un giorno importante, allora niente di meglio del suo stesso verde.

Quasimodo era sul punto di fare il regalo più grande al signor Martini, lasciare che si dimenticasse del suo più grande difetto.

Ma era gennaio, c’era ancora un mese buono per lavorarci.

Quel paio di spose avevano scelto dal catalogo, e per gli sposi sarebbe stato sufficiente prendere bene le misure, cosa che Quasimodo rimandava di settimana in settimana, infatti il sarto sapeva che gli uomini a poca distanza dal giorno delle nozze, ingrassano o deperiscono vistosamente, bisognava dunque attendere la primavera per sapere di che razza fossero i suoi sposi e le loro pence.

Ragionando e riflettendo sulle commissioni Quasimodo aveva nel frattempo chiuso bene la saracinesca, aveva calzato i guanti, accostato la sciarpa alla bocca, e si era avviato dalla parte opposta a quella da cui era arrivato in negozio quella mattina; svoltando l’angolo di via Venchi, Quasimodo lasciò dietro di sé anche un altro pensiero, il peso di non essere ancora riuscito a trovare l’idea buona per il vestito da Carnevale del Massimo, suo nipote, un frugoletto di cinque anni appena, con tutta l’aria di uno che avrebbe presto avuto un fisico da colosso.

Era nell’indole del sarto non riuscire nemmeno ad infilare un ago, qualora il pensiero di un abito gli si rivoltasse nella mente.

Il Massimo aveva un concorso per la scuola materna.

Durante la festa di Carnevale della scuola sarebbe stato premiato il vestito più bello e lui, Quasimodo Genovesi voleva un bel ricordo per Massimo; già immaginava la premiazione, Massimo sarebbe salito sul gradino più alto quello del primo classificato, qualcuno avrebbe lanciato dei coriandoli nell’aria e uno, magari lui stesso, avrebbe scattato una foto da incorniciare, nel mentre che delle trombette suonavano a festa, Evviva il vincitore, evviva Massimo, Buon Carnevale!.

Il tema della festa in maschera era l’Europa e il libro che Quasimodo non riusciva a mollare durante le giornate di lavoro, quello che gli costava pile di rammendi in arretrato e che gli sarebbe costato clienti in ritardo se non si fosse deciso a posarlo, era un volume rilegato in pelle che teneva nella piccola libreria del negozio di sartoria.

Lo aveva letto in passato, raccoglieva gli usi e costumi di molti popoli, la dicitura sulla copertina diceva Antropologia Culturale e Quasimodo era sicuro che lì sarebbe riuscito a trovare l’idea buona per il vestito di Massimo.

         Passarono tre volte quindici giorni ed era il giorno della festa alla sartoria e il rinfresco stava andando alla grande; era la prima volta che il sarto Quasimodo ne teneva uno, a parte quello dato per l’inaugurazione del negozio una trentina d’anni prima.

Ognuno dei suoi clienti aveva portato qualcosa dunque era stato di poco disturbo organizzarlo, ossia Quasimodo non aveva dovuto caricarsi oltremodo né di bibite né di vassoi per rifocillare gli avventori.

La signora del primo piano della bella palazzina di via Venchi su cui svettava l’insegna “Da Quasimodo” si era offerta, sapendo del rinfresco dalla portinaia, di prestare il samovar che ora prendeva una buona parte del banco da cucito, adattato per l’occasione con una tovaglia blu.

Gli invitati, i clienti della sartoria, gradivano mangiucchiando nei piattini; la conversazione fu avviata da una bella signora che indossava stivali con tacco alto,     

-Ho saputo che hai vinto il primo premio-,

-Non io, Massimo lo ha vinto

Il tizio che aveva portato la crostata intervenne,

-Be’ ma il vestito lo hai fatto tu-

La risposta arrivò da un’altra signora, Marlene, una che portava a Quasimodo le sue giacche per cambiare i bottoni, la signora si godeva una birra bionda a piccoli sorsi.

-Nell’indossare c’è la maggior parte della libertà del vestito

Il sarto era al centro dell’attenzione quando il tizio che aveva portato la Quiche Lorraine, un uomo dinoccolato che mal sopportava che le sue giacche fossero senza un rinforzo alle spalline disse:

-Io non lo avrei messo quel vestito, mi parrebbe di fare la figura del salame

-Poveretto!

Era stata la signora vestita di bianco a intervenire con quel “Poveretto!”, come faceva ogni volta che entrando in negozio, trovava Quasimodo intento a cucire.

-Be’ il piccolo ha cinque anni?

Domandò il tizio della crostata, indosso aveva una camicia a quadri.

-Sei, per l’esattezza

Quasimodo non si era lasciato sfuggire l’occasione per una precisazione.

-Appena compiuti, appena compiuti?

A domandarlo una signora che teneva sul naso un paio di occhiali a V, il cui volto si rasserenava dalla sua solita espressione severa, solo per lo spazio di tempo in cui era lei stessa a parlare; Quasimodo non badò dunque al fatto che la faccia della signora si era di già inasprita e che perciò avrebbe risposto a un muro, a qualcuno che aveva tutta l’aria di starsene abbarbicata oltre un fossato, anzi disse affabile,

-Proprio così, il mese scorso

-A proposito, dov’è il festeggiato?

-Allora il prossimo anno va a scuola?

-I genitori hanno preferito non mandarlo un anno avanti

Gli invitati parlottavano fra loro e Quasimodo aggiunse,

-La festa è per me!

-Be’ dico bene io

-Poveretto!

-E per cosa, per cosa festeggi dunque?

-Io non so se mi sarei preso la briga di dare una festa in negozio, con il fatto che dopo uno ha da rassettare.

-Un momento! Ho qui il foglietto, ve lo leggo

Quasimodo estrasse dalla tasca della giacchetta un foglio ripiegato, lo spiegò e lesse:

“Conferiamo il primo premio a Genovesi”.

Quasimodo si dovette schiarire la voce più volte, si trattava delle parole pronunciate durante la cerimonia di premiazione dello scorso Martedì Grasso che lui diligentemente aveva segnato su un foglietto prima di scattare la foto al podio.

 per l’originalità del costume e per l’intuizione non banale del totem come allegoria dell’Europa,  

Il fatto che avevano dato il premio al piccolo Massimo faceva venire i singhiozzi a Quasimodo anche a distanza di giorni.

L’Europa infatti oggi è crogiuolo di culture e per la quale è vanto tenere aperte le frontiere, come le braccia del totem, e di fondarsi delle sue parti tra loro unite e distinte come il corpo del totem.

Inoltre così come il totem è intimamente connesso ai capi tribù, l’Europa è intimamente connessa agli stati ed oggetto di particolare rispetto da parte dei cittadini, così come il totem lo è tra gli indigeni”.

Quasimodo tra il riporre il pezzo di carta e il nascondere le lacrime in un ampio fazzoletto che si era cavato di tasca, fece passare il momento di silenzio che era sceso sugli invitati, come se un angelo si fosse posato per un momento sulla sartoria Da Quasimodo.

Le congratulazioni si sprecarono, ognuno volle stringere le mani al sarto, qualcuno approfittò per baciarlo e accarezzarlo, tutti adoravano Quasimodo, tant’è che ognuno lasciò una dedica sul libro che Quasimodo porgeva loro e in molti promisero di ordinargli un abito per la primavera, l’entusiasmo era, si può dire, alle stelle.

(*) in copertina alcune statue equine, in particolare cavallo con cavaliere del maestro Ugo Guidi presso il Museo Ugo Guidi; si ringrazia il Mug e in particolare Vittorio Guidi per cortese disponibilità.

di Elettra Nicodemi

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