Letteratura

Solitudine artificiale

Solitudine artificiale è un racconto di Elettra Nicodemi, un robot con finissima intelligenza artificiale e un bambino in un futuro futuribile.

Una piccola creatura volante, una drosofila melanogaster, ha completamente catturato l’attenzione del piccolo Salvatore.

Il bambino sta appoggiato con i gomiti al tavolo dello studio in cui è solito rinchiudersi in compagnia di École de Barbizon che è un robot dotato di una intelligenza artificiale.

Salvatore tiene  i gomiti piantati sul tavolo laccato di bianco e il mento saldamente appoggiato tra le mani;  gli pare guardando la drosofila di riconoscere un comportamento del tutto familiare.

Salvatore osservando il moscerino si sposta in avanti e si ritrae, poi si scansa a sinistra e a destra; quel moscerino gli piace non saprebbe dire bene il motivo, gli ricorda qualcuno, si può supporre fosse questo il punto.

Gli ricorda il suo robot educatore, per quel modo di fare placido che i robot di solito hanno quando fanno qualcosa e sanno di essere guardati da dei bambini che in qualche modo assomiglia al modo di volare della drosofila appunto; Salvatore si sposta, avanti e indietro, e a destra e a sinistra, sempre tenendo i gomiti e l’incastro mento-mani sulla base del tavolo piana, liscia, bianca, laccata.

«‘Tore»

Il robot era solito avvicinarsi così a Salvatore, chiamandolo per nome, dice ‘Tore al posto di Salvatore non si sa bene il perché, i tecnici dicono si tratti di un bug, di un errore che ha nella programmazione vocale, ma non riescono a sistemarlo, sembra che una certa stringa di codice non appaia dove deve apparire per essere modificata sebbene appaia in tutte le altre visualizzazioni.

Così il robot École de Barbizon continua a chiamare il bambino ‘Tore anche se quando lo pronuncia sembra un po’ più Torre che Tore, il che non è affatto un difetto secondo la madre del bambino, si tratta di un vezzo, un errore di lieve entità ed è questo il motivo perché ha rifiutato il ripristino dell’intelligenza artificiale alle impostazioni originali, unico modo per eliminare quel “vezzo”.

«Si tratta di una drosofila melanogaster, un moscerino della frutta; come puoi constatare si aggira intorno alla frutta che è stata riservata a te e che inizia a essere abbastanza matura da richiamare questo genere di forma di vita, volgarmente detta moscerino».

«Sì, lo so»

Il robot registra un tono vagamente annoiato e conclude che non è opportuno proporre un approfondimento visuale sulla drosofila melanogaster, tra poco, alla fine del paragrafo, interromperà la lettura del libro che sta leggendo dopo averlo socchiuso leggermente, lo abbasserà verso le sue ginocchia e poserà  i suoi dolci occhi scuri da qualche parte nei dintorni di Salvatore; non c’è fretta, non è una situazione di allarme, la stanza è illuminata come si conviene alle quattro di un pomeriggio invernale, considerando la latitudine e le previsioni meteo del giorno, nuvoloso, con tendenza a rovesci piovosi durante la mattinata, stabilmente nuvolo a partire dalla serata e per il resto tutto è consueto, le finestre dai vetri puliti hanno un’ottima esposizione al giardino della villa, verde, ben curato, senza fiori a parte per il periodo primaverile che sarebbe iniziato da lì a 31 giorni per l’esattezza.

École de Barbizon siede dando le spalle alla porta di ingresso dello studio, una porta scorrevole, in legno, la sua seduta è una sedia che è più simile ad una sedia da regista che a una sedia del futuro; sembra essere del tutto a suo agio, ha finito ora il paragrafo, ha alzato leggermente il volto, la sua attenzione è rivolta alla stanza.

Le poltroncine sono abbastanza grandi da poter essere chiamate poltrone e abbastanza scomode da non essere preferite in caso di sonnolenza, sono di colore verde pisello e le tende linde bianche come il marmo di Michelangelo.

Il tavolo da gioco di ‘Tore è del colore bianco laccato che è proprio lo stesso di quello della pelle robotica, la sua pelle, anche se lui ha una trasparenza che lo porta a rilucere in modo…lui non saprebbe dire come, tuttavia forse “in modo magnifico” sarebbe l’avverbio appropriato.

Il led della telecamera ambientale che si trova nell’angolo ovest della stanza, passa da rosso a verde, nello stesso momento in cui il semaforo sulla strada di ritorno percorsa dall’auto della madre passa da verde a rosso.

La madre di Salvatore è una persona in carriera, lavora nella Silicon Valley a 60 chilometri di distanza dalla villa dove abita con il piccolo e con École de Barbizon il robot domestico a cui è affidata l’educazione del figlio.

Chiamare Salvatore piccolo è più che altro un modo di dire, sarebbe meglio usare la locuzione “piccolo gigante”; Salvatore ha nove anni e è alto abbastanza da far credere che sfiorerà almeno un metro e novanta alla fine della crescita e non è un tipo longilineo, piuttosto un bel bimbone che a guardarlo viene da dire “scoppia di salute”.

Ha poi un casco di capelli biondi che sono in aperto contrasto con l’aria sfrontata e il fare coraggioso che a volte assume, quando se la prende a cuore per qualcuna delle sue costruzioni a mattoncini.

O quando impone qualche libertà per sé, libertà che via via bisogna riconoscergli, per esempio quell’aria che dicevamo è apparsa la volta che a quattro anni ha voluto usare la bicicletta da adulto, a cinque suonare il pianoforte da solo, a sei imparare a nuotare, eccetera, eccetera.

In quel momento, quando la luce spia della telecamera è passata da rosso a verde, il bambino rivolge una domanda al suo robot domestico, a École de Barbizon.

La domanda è preceduta da una curiosa premessa.

«Ho letto delle cose su dei libri in camera di mamma da cui mi è parso di capire che una volta molto tempo fa, i bambini andavano a scuola in gruppo e che stavano tutti in una stanza e che giocavano insieme in giardino, eppure si sentivano soli ogni tanto, come è possibile? ».

Questa è una domanda del genere che sarebbe meglio rivolgere ad un umano adulto con una vasta preparazione in campo letterario e filosofico, non di certo a un robot, ma École de Barbizon risponde; è dotato di un software per filtrare le informazioni che ha in memoria, come quello a disposizione dei medici, usato per aiutarli a fare diagnosi.

«Credo che fosse perché avevano la possibilità di rapportarsi solo con una ristretta cerchia di amici, dunque la probabilità che trovassero qualcuno a loro affine era infinitamente più bassa rispetto alla percentuale odierna».

La risposta per ‘Tore ha un senso.

Poi arriva quel briciolo di frustrazione tipico dei maschi in crescita legata al fatto che lui non ci ha  pensato prima, ma il carattere naturale di ‘Tore è così geniale che quel briciolo si trasforma immediatamente in ammirazione.

Ammirazione per École de Barbizon, ma c’è qualcosa che lo trattiene dal desiderare di diventare come lui.

Che non è legato a un ipotetico eventuale ribrezzo per il corpo in silicio, piuttosto École de Barbizon secondo Salvatore è un pensatore, uno a cui piace immaginare piuttosto che toccare con mano.

Una volta in una video-conferenza sulla costruzione di oggetti complessi sponsirizzata dalla casa di mattoncini colorati, Salvatore aveva sentito dire che le persone si possono idealmente dividere in due categorie, gli astronomi e gli astronauti, a un gruppo piace vedere le cose con gli occhi della mente, all’altro con gli occhi del corpo, e così lui si era sentito, immediatamente,  nel secondo gruppo e aveva messo École de Barbizon nel primo settore; per il resto quella conferenza aveva dato buoni frutti, spiegava che il motore della navicella spaziale poteva essere costruito a parte, dicevano che non doveva essere realizzato dentro la costruzione in mattoncini e spiegava che era per quello che gli utenti non avrebero trovato abbastanza pezzi per tutto.

«Quindi -continua ‘Tore nel mentre in cui il led della telecamera si sposta di nuovo da verde a rosso, probabilmente in quell’esatto momento il semaforo dall’altra parte della connessione video sta dando il segnale di via libera, perciò la mamma di Salvatore sarà a casa da lì a mezz’ora, –quindi– ripete il bambino avvicinandosi a École de Barbizon si può sentire di essere soli anche quando si è con tanti altri bambini, veramente?

École de Barbizon risponde pacato, tenendo il contatto visivo con il bambino, «Credo che la parola adatta sia solitudine ‘Tore, puoi dunque riformulare la domanda per favore?».

Il bambino abbassa lo sguardo cercando le parole nella giusta combinazione, poi annuisce e dice «Si può provare solitudine in compagnia di altre persone?».

«Molto bene, grazie ‘Tore, la mia risposta è sì, esatto, si può provare solitudine pur trovandosi in un gruppo».

«E in quel caso come si può superare la solitudine?»

«Non credo che la solitudine sia una condizione emotiva da superare, comunque si può provare a non viverla come una cosa dolorosa.

Il rimedio suppongo sia provare a condividere; qualora non ci sia spazio per condividere un proprio pensiero o un progetto, bisogna ricevere le proposte concettuali e progettuali altrui».

«Anche quando non sono interessanti

«Be’ sì, quando si è in un gruppo sì»

«Anche quando vanno contro i nostri principi?»

«No, ‘Tore questo no, non quando le proposte di gioco vadano contro il proprio bagaglio identitario, anche se è bene non irrigidirsi».

«Cosa vuoi dire?»

«Che devono rimanere pochi i casi in cui uno si chiama fuori dal gruppo, infatti è nella partecipazione che si possono cambiare le cose e si può arrivare a proporre il proprio gioco preferito, inoltre si può imparare molto da un gioco in cui non siamo molto bravi o che non piace».

«Grazie École de Barbizon, ho capito molte cose»

«Prego ‘Tore, è un piacere parlare con te, puoi per favore fare un esempio delle cose che hai capito?»

‘Tore tira fuori dalla tasca dei calzoncini un mattoncino grigio che aveva messo lì qualche giorno prima, se lo gira tra lemani e risponde,

«Ho capito che la prossima volta che mamma mi chiede se ho piacere a fare il dolce con lei, le rispondo di sì».

«Molto bene Salvatore»

École de Barbizon diceva Salvatore ogni tanto, uno dei motivi per cui quel difetto di programmazione non si riusciva a sistemare, il robot aggiunge:

«Sai una cosa, potresti proporle tu di fare un dolce insieme, sono sicuro che sarebbe molto contenta di questo».

École de Barbizon si alza in piedi per avvicinarsi alla finestra e guardare fuori, adora il momento in cui inizia a piovere.

È un robot di dimensioni maestose, la madre di ‘Tore lo ha voluto così alto perché quella è l’altezza supposta alla fine dello sviluppo del figlio e lei vorrebbe che un giorno quei due possano guardarsi negli occhi alla stessa altezza oltreché da pari a pari.

«École de Barbizon»

Il piccolo chiama il suo robot, ha un’altra cosa da chiedere anche se ha già ripreso la costruzione della navicella; a occhio e croce finirà di lì a qualche ora, aveva interrotto l’assemblaggio dei mattoncini qualche giorno prima, probabilmente lo stesso giorno in cui si era ficcato quel mattocino grigio in tasca, a meno che in futuro non abbia da interrompere di nuovo per qualche domanda che cova dentro di sé.

«Dimmi ‘Tore, come posso esserti di aiuto?» risponde il robot,

«La tua compagnia mi è già di grande aiuto»

«Grazie padroncino, questo per me è un dovere oltreché un piacere, ma sono sicuro che sia insorto qualcos’altro»

«Sì, in effetti sì.

Voglio che tu sappia che ho deciso di organizzarti una festa di compleanno.»

«Per me, signore?»

«Chiamerò tutti i robot dei miei compagni di classe.

Ho intenzione di farmi aiutare da mamma a organizzare questa festa, loro verranno qua a casa nostra, se i loro padroncini li possono prestare, oppure potrebbero venire insieme».

«Credo che sia una idea nuova Salvatore, molto bravo.

Per questo devi chiedere il permesso umano, io non sono programmato per una simile ipotesi.»

«Sarà divertente e utile contro la solitudine»

«Sì padron ‘Tore, i bei ricordi sono ancora oggi molto utili contro la solitudine.»

La pioggia cade, è iniziata senza tuoni né lampi, erano giorni che le nubi la annunciavano, probabilmente pioverà per un’altra mezz’ora oltre le finestre dello studio, sui prati verdi e sul cancello della villa.

di Elettra Nicodemi

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