Arte Contemporanea

Solitudine artificiale

In questo articolo web parlo di umanità artificiale; inizio prima di tutto con un mio racconto fantasy e più oltre mi addentro nella questione presentando mostre, alcune opere d’arte e musei dedicati alla tecnologia e specialmente alla robotica e meccatronica, si fa particolare attenzione a raccontare fatti su una prossima legislazione sulla IA, così come alcuni software di intelligenza artificiale, curiosità, libri e film che mi sono piaciuti.

Racconto fantasy

Nota: .

Solitudine artificiale è un racconto di Elettra Nicodemi, un robot con finissima intelligenza artificiale e un bambino in un futuro futuribile.

Ogni riferimento a fatti, persone o cose realmente esistenti o esistite è puramente casuale.

Una piccola creatura volante, una drosofila melanogaster, ha completamente catturato l’attenzione del piccolo Salvatore.

Il bambino sta appoggiato con i gomiti al tavolo dello studio in cui è solito rinchiudersi in compagnia di École de Barbizon che è un robot dotato di una intelligenza artificiale.

Salvatore tiene  i gomiti piantati sul tavolo laccato di bianco e il mento saldamente appoggiato tra le mani;  gli pare guardando la drosofila di riconoscere un comportamento del tutto familiare.

Salvatore osservando il moscerino si sposta in avanti e si ritrae, poi si scansa a sinistra e a destra; quel moscerino gli piace non saprebbe dire bene il motivo, gli ricorda qualcuno, si può supporre fosse questo il punto.

Gli ricorda il suo robot educatore, per quel modo di fare placido che i robot di solito hanno quando fanno qualcosa e sanno di essere guardati da dei bambini che in qualche modo assomiglia al modo di volare della drosofila appunto; Salvatore si sposta, avanti e indietro, e a destra e a sinistra, sempre tenendo i gomiti e l’incastro mento-mani sulla base del tavolo piana, liscia, bianca, laccata.

«‘Tore»

Il robot era solito avvicinarsi così a Salvatore, chiamandolo per nome, dice ‘Tore al posto di Salvatore non si sa bene il perché, i tecnici dicono si tratti di un bug, di un errore che ha nella programmazione vocale, ma non riescono a sistemarlo, sembra che una certa stringa di codice non appaia dove deve apparire per essere modificata sebbene appaia in tutte le altre visualizzazioni.

Così il robot École de Barbizon continua a chiamare il bambino ‘Tore anche se quando lo pronuncia sembra un po’ più Torre che Tore, il che non è affatto un difetto secondo la madre del bambino, si tratta di un vezzo, un errore di lieve entità ed è questo il motivo perché ha rifiutato il ripristino dell’intelligenza artificiale alle impostazioni originali, unico modo per eliminare quel “vezzo”.

«Si tratta di una drosofila melanogaster, un moscerino della frutta; come puoi constatare si aggira intorno alla frutta che è stata riservata a te e che inizia a essere abbastanza matura da richiamare questo genere di forma di vita, volgarmente detta moscerino».

«Sì, lo so»

Il robot registra un tono vagamente annoiato e conclude che non è opportuno proporre un approfondimento visuale sulla drosofila melanogaster, tra poco, alla fine del paragrafo, interromperà la lettura del libro che sta leggendo dopo averlo socchiuso leggermente, lo abbasserà verso le sue ginocchia e poserà  i suoi dolci occhi scuri da qualche parte nei dintorni di Salvatore; non c’è fretta, non è una situazione di allarme, la stanza è illuminata come si conviene alle quattro di un pomeriggio invernale, considerando la latitudine e le previsioni meteo del giorno, nuvoloso, con tendenza a rovesci piovosi durante la mattinata, stabilmente nuvolo a partire dalla serata e per il resto tutto è consueto, le finestre dai vetri puliti hanno un’ottima esposizione al giardino della villa, verde, ben curato, senza fiori a parte per il periodo primaverile che sarebbe iniziato da lì a 31 giorni per l’esattezza.

École de Barbizon siede dando le spalle alla porta di ingresso dello studio, una porta scorrevole, in legno, la sua seduta è una sedia che è più simile ad una sedia da regista che a una sedia del futuro; sembra essere del tutto a suo agio, ha finito ora il paragrafo, ha alzato leggermente il volto, la sua attenzione è rivolta alla stanza.

Le poltroncine sono abbastanza grandi da poter essere chiamate poltrone e abbastanza scomode da non essere preferite in caso di sonnolenza, sono di colore verde pisello e le tende linde bianche come il marmo di Michelangelo.

Il tavolo da gioco di ‘Tore è del colore bianco laccato che è proprio lo stesso di quello della pelle robotica, la sua pelle, anche se lui ha una trasparenza che lo porta a rilucere in modo…lui non saprebbe dire come, tuttavia forse “in modo magnifico” sarebbe l’avverbio appropriato.

Il led della telecamera ambientale che si trova nell’angolo ovest della stanza, passa da rosso a verde, nello stesso momento in cui il semaforo sulla strada di ritorno percorsa dall’auto della madre passa da verde a rosso.

La madre di Salvatore è una persona in carriera, lavora nella Silicon Valley a 60 chilometri di distanza dalla villa dove abita con il piccolo e con École de Barbizon il robot domestico a cui è affidata l’educazione del figlio.

Chiamare Salvatore piccolo è più che altro un modo di dire, sarebbe meglio usare la locuzione “piccolo gigante”; Salvatore ha nove anni e è alto abbastanza da far credere che sfiorerà almeno un metro e novanta alla fine della crescita e non è un tipo longilineo, piuttosto un bel bimbone che a guardarlo viene da dire “scoppia di salute”.

Ha poi un casco di capelli biondi che sono in aperto contrasto con l’aria sfrontata e il fare coraggioso che a volte assume, quando se la prende a cuore per qualcuna delle sue costruzioni a mattoncini.

O quando impone qualche libertà per sé, libertà che via via bisogna riconoscergli, per esempio quell’aria che dicevamo è apparsa la volta che a quattro anni ha voluto usare la bicicletta da adulto, a cinque suonare il pianoforte da solo, a sei imparare a nuotare, eccetera, eccetera.

In quel momento, quando la luce spia della telecamera è passata da rosso a verde, il bambino rivolge una domanda al suo robot domestico, a École de Barbizon.

La domanda è preceduta da una curiosa premessa.

«Ho letto delle cose su dei libri in camera di mamma da cui mi è parso di capire che una volta molto tempo fa, i bambini andavano a scuola in gruppo e che stavano tutti in una stanza e che giocavano insieme in giardino, eppure si sentivano soli ogni tanto, come è possibile? ».

Questa è una domanda del genere che sarebbe meglio rivolgere ad un umano adulto con una vasta preparazione in campo letterario e filosofico, non di certo a un robot, ma École de Barbizon risponde; è dotato di un software per filtrare le informazioni che ha in memoria, come quello a disposizione dei medici, usato per aiutarli a fare diagnosi.

«Credo che fosse perché avevano la possibilità di rapportarsi solo con una ristretta cerchia di amici, dunque la probabilità che trovassero qualcuno a loro affine era infinitamente più bassa rispetto alla percentuale odierna».

La risposta per ‘Tore ha un senso.

Poi arriva quel briciolo di frustrazione tipico dei maschi in crescita legata al fatto che lui non ci ha  pensato prima, ma il carattere naturale di ‘Tore è così geniale che quel briciolo si trasforma immediatamente in ammirazione.

Ammirazione per École de Barbizon, ma c’è qualcosa che lo trattiene dal desiderare di diventare come lui.

Che non è legato a un ipotetico eventuale ribrezzo per il corpo in silicio, piuttosto École de Barbizon secondo Salvatore è un pensatore, uno a cui piace immaginare piuttosto che toccare con mano.

Una volta in una video-conferenza sulla costruzione di oggetti complessi sponsirizzata dalla casa di mattoncini colorati, Salvatore aveva sentito dire che le persone si possono idealmente dividere in due categorie, gli astronomi e gli astronauti, a un gruppo piace vedere le cose con gli occhi della mente, all’altro con gli occhi del corpo, e così lui si era sentito, immediatamente,  nel secondo gruppo e aveva messo École de Barbizon nel primo settore; per il resto quella conferenza aveva dato buoni frutti, spiegava che il motore della navicella spaziale poteva essere costruito a parte, dicevano che non doveva essere realizzato dentro la costruzione in mattoncini e spiegava che era per quello che gli utenti non avrebero trovato abbastanza pezzi per tutto.

«Quindi -continua ‘Tore nel mentre in cui il led della telecamera si sposta di nuovo da verde a rosso, probabilmente in quell’esatto momento il semaforo dall’altra parte della connessione video sta dando il segnale di via libera, perciò la mamma di Salvatore sarà a casa da lì a mezz’ora, –quindi– ripete il bambino avvicinandosi a École de Barbizon si può sentire di essere soli anche quando si è con tanti altri bambini, veramente?

École de Barbizon risponde pacato, tenendo il contatto visivo con il bambino, «Credo che la parola adatta sia solitudine ‘Tore, puoi dunque riformulare la domanda per favore?».

Il bambino abbassa lo sguardo cercando le parole nella giusta combinazione, poi annuisce e dice «Si può provare solitudine in compagnia di altre persone?».

«Molto bene, grazie ‘Tore, la mia risposta è sì, esatto, si può provare solitudine pur trovandosi in un gruppo».

«E in quel caso come si può superare la solitudine?»

«Non credo che la solitudine sia una condizione emotiva da superare, comunque si può provare a non viverla come una cosa dolorosa.

Il rimedio suppongo sia provare a condividere; qualora non ci sia spazio per condividere un proprio pensiero o un progetto, bisogna ricevere le proposte concettuali e progettuali altrui».

«Anche quando non sono interessanti

«Be’ sì, quando si è in un gruppo sì»

«Anche quando vanno contro i nostri principi?»

«No, ‘Tore questo no, non quando le proposte di gioco vadano contro il proprio bagaglio identitario, anche se è bene non irrigidirsi».

«Cosa vuoi dire?»

«Che devono rimanere pochi i casi in cui uno si chiama fuori dal gruppo, infatti è nella partecipazione che si possono cambiare le cose e si può arrivare a proporre il proprio gioco preferito, inoltre si può imparare molto da un gioco in cui non siamo molto bravi o che non piace».

«Grazie École de Barbizon, ho capito molte cose»

«Prego ‘Tore, è un piacere parlare con te, puoi per favore fare un esempio delle cose che hai capito?»

‘Tore tira fuori dalla tasca dei calzoncini un mattoncino grigio che aveva messo lì qualche giorno prima, se lo gira tra lemani e risponde,

«Ho capito che la prossima volta che mamma mi chiede se ho piacere a fare il dolce con lei, le rispondo di sì».

«Molto bene Salvatore»

École de Barbizon diceva Salvatore ogni tanto, uno dei motivi per cui quel difetto di programmazione non si riusciva a sistemare, il robot aggiunge:

«Sai una cosa, potresti proporle tu di fare un dolce insieme, sono sicuro che sarebbe molto contenta di questo».

École de Barbizon si alza in piedi per avvicinarsi alla finestra e guardare fuori, adora il momento in cui inizia a piovere.

È un robot di dimensioni maestose, la madre di ‘Tore lo ha voluto così alto perché quella è l’altezza supposta alla fine dello sviluppo del figlio e lei vorrebbe che un giorno quei due possano guardarsi negli occhi alla stessa altezza oltreché da pari a pari.

«École de Barbizon»

Il piccolo chiama il suo robot, ha un’altra cosa da chiedere anche se ha già ripreso la costruzione della navicella; a occhio e croce finirà di lì a qualche ora, aveva interrotto l’assemblaggio dei mattoncini qualche giorno prima, probabilmente lo stesso giorno in cui si era ficcato quel mattocino grigio in tasca, a meno che in futuro non abbia da interrompere di nuovo per qualche domanda che cova dentro di sé.

«Dimmi ‘Tore, come posso esserti di aiuto?» risponde il robot,

«La tua compagnia mi è già di grande aiuto»

«Grazie padroncino, questo per me è un dovere oltreché un piacere, ma sono sicuro che sia insorto qualcos’altro»

«Sì, in effetti sì.

Voglio che tu sappia che ho deciso di organizzarti una festa di compleanno.»

«Per me, signore?»

«Chiamerò tutti i robot dei miei compagni di classe.

Ho intenzione di farmi aiutare da mamma a organizzare questa festa, loro verranno qua a casa nostra, se i loro padroncini li possono prestare, oppure potrebbero venire insieme».

«Credo che sia una idea nuova Salvatore, molto bravo.

Per questo devi chiedere il permesso umano, io non sono programmato per una simile ipotesi.»

«Sarà divertente e utile contro la solitudine»

«Sì padron ‘Tore, i bei ricordi sono ancora oggi molto utili contro la solitudine.»

La pioggia cade, è iniziata senza tuoni né lampi, erano giorni che le nubi la annunciavano, probabilmente pioverà per un’altra mezz’ora oltre le finestre dello studio, sui prati verdi e sul cancello della villa.


Mostre sulla scienza della tecnica

Mudec, Robot: The Human Project

Il MUseo DElle Culture di Milano ha in programma una mostra sulla robotica e sulla meccatronica; alla luce del fatto che questo tipo di tecnologia ha ormai una vera propria storia da scrivere, credo sia un progetto estremamente interessante oltreché decisamente utile per chi come me è uso ad approcciarsi in modo storico alle cose e aggiungerei massimamente interessante laddove nel suo sviluppo permetta di strutturare un approccio filosofico a più livelli, dato che come ormai sapete io in realtà sono un filosofo femmina.

Non sappiamo per ora di preciso quando questa mostra sarà aperta, né quanto durerà, né se diventerà parte della collezione permanente del Mudec; il museo delle culture milanese nato nel 1990 presso gli spazi dell’area che precedentemente era adibita a fabbriche dall’Ansaldo non rilascia ancora notizie in merito alla relase date.

Probabilmente questa mostra è di per sé interessante al di là dell’approccio filosofico e storico alla meccatronica, per il fatto banale che i robot in realtà già da soli sono molto affascinanti, comunque uno la pensi sui robot, prima o poi gli è capitato di vederne uno, un robot della domotica ad esempio è ormai comune e sono commercializzati, non altrettanto si può dire di un robot antropomorfo, ma chi non ne ha già visto uno per esempio nei film?.

Oppure, ricordate il cartone animato della Hanna&Barbera, I Pronipoti?.

Lì il robot era antropomorfo femmina e si occupava delle faccende domestiche, mi resta il dubbio nerd, se anche l’ispettore Gadget in realtà fosse un robot e non saprei proprio come fare a togliermelo questo dubbio, in fondo lui Gadget, lo ricordo bene era assolutamente del tutto umano, con questi inserti robotici tipo gambe e braccia estensibili, chissà.

Sono ormai parecchi anni che la robotica viene sviluppata e se vogliamo parlare da quando è soggetto di sceneggiature e più in generale di letteratura fantasy, sono secoli.

Da questa mostra mi aspetto

Un approccio divulgativo alternativo rispetto ai festival della scienza

Credo personalmente che questa mostra può dare molto alla storiografica di questa tecnologia e potrebbe essere una valida alternativa divulgativa rispetto all’approccio classico dei festival della scienza.

Per lo meno me lo auguro dato che di festival della scienza già ne hanno fatti.

Mi piacerebbe per esempio -in più rispetto a tutte le belle cose che non so e che magari imparerei andandoci o leggendo i primi capitoli introduttivi di un libro di robotica oppure ancora un auspicabile buon catalogo- che si instauri un dialogo tra la scienza e l’arte, già di per sé possibile, insomma non servirebbe nemmeno uno stia a alambiccarsi troppo dato che di artisti che già fanno questa sintesi, a parte quelli cinematografici e quelli dei disegnatori e sviluppatori, ne abbiamo.

Uno su tutti penso a un contemporaneo, Tony Cragg che dagli anni 2000 in poi, ha mostrato un interesse scientifico sempre più evidente nelle sue opere, con una svolta in senso estetico.

Questo auspicabile affiancamento dell’arte alla scienza della tecnica permetterebbe a mio modesto avviso di affrontare le questioni etiche in maniera più abbordabile almeno per i primi gradini di approfondimento o per gli ultimi, naturalmente.

Poi, Super-car e una bella dose di Romanticismo

Per quanto riguarda il resto, sempre considerando che ci sia una parte storico artistica della robotica, mi auguro che ci siano altri fan di Super Car oltre a me e soprattutto che sia una mostra romantica.

Si può provare paura, tristezza, si può essere fragili con il Romanticismo.

dal mio articolo sul Romanticismo , Romanticismo: dall’estetica del diciottesimo secolo a nuove tendenze

Opere d’arte, soggetto robot

Robin Winter, Television Robot

Robin Winter disegna un’opera iconica per l’immaginario collettivo sui robot, si chiama Television Robot; è un’opera a inchiostro su carta di circa un metro e sessanta per un metro; è un robot, ma è anche un angelo considerate le ali e, come si intuisce dal titolo, è un robot televisore, infatti il suo corpo centrale è formato da un televisore a tubi catodici con due manopole.

Questo robot dell’artista americano Robin Winters è conservato al The Met e a me ricorda l’angelo sulle macerie di Walter Benjamin, anche detto angelo della storia.

Walter Benjamin per raccontare l’angelo della storia, o meglio per descrivere in modo visivo la concezione contemporanea del progresso, a sua volta prende a prestito un’immagine di Paul Klee (1879-1840), facendo leva in modo ludico su un’opera d’arte in particolare.

Interessante da parte mia una considerazione legata al fatto che il filosofo W. Benjamin (1842-1940) si serve di una immagine mediata per spiegarsi, dunque utilizza il filtro di una elaborazione artistica precisa, ovvero dell’opera Angelus Novus di Paul Klee, per raccontarci il materialismo storico.

Robin Winter inserisce un televisore al centro dell’opera, il che come si suol dire, non fa una piega, seguendo il ragionamento, non è forse fin troppo vero che è proprio la televisione a raccontare la cronaca e quindi ad aleggiare sul cumulo delle macerie della storia?.

C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus.

Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo.

I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate.

L’angelo della storia deve avere questo aspetto.

Ha il viso rivolto al passato.

Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi.

Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi.

Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle.

Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui.

Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.

Walter Benjamin, Sul concetto di Storia, 1940

Hans Bellmer, The doll

The Doll di Hans Bellmer a mio avviso è un’altra opera interessante per quanto riguarda la sintonizzazione tra i robot antropomorfi e l’immaginario collettivo e anche questa si trova al The Met, il museo sulla fifth avenue a New York.

Anche in questo caso la riflessione si apre sul titolo dell’opera, the doll; sapete che doll è una parola inglese che in italiano ha due significati distinti: Bambola (nel senso di giocattolo per bambini con belle sembianze umane) e Cara (nel senso di persona cara, usato come appellativo).

Credo che The Doll di Hans Bellmer, datata 1934-1935, sia un’opera su cui riflettere.

Alcune domande su The Doll

  • Per il fatto che il soggetto stampato ha dei pezzi meccanici visibili, possiamo considerarlo un robot?
  • La luminescenza sul soggetto a stampa, simile a un’aura inquietante, potrebbe simboleggiare il momento di trasformazione o metamorfosi?
  • Hans Bellmer nell’opera a stampa alla gelatina d’argento The Doll, raffigura il momento ludico in cui avviene l’umanizzazione del soggetto rappresentato?.

Mi piacerebbe riflettere a parte su quanto l’arte contemporanea sia legata alla filosofia e viceversa.

Charlotte Mooreman, Nam June Paik Robot K456 of 1964

A Vienna il Mumok, il museo di arte del XX e XXI secolo conserva un robottino che adoro; si tratta di Nam June Paik, Robot K456 of 1964 opera fotografica del 1975 dell’artista Charlotte Mooreman.

La fotografia in bianco e nero ritrae un robot assolutamente rudimentale; con fattezze antropomorfe, ma stilizzate in modo curioso, con piccole girandole e coperchietti nella pancia e sulle mani, mentre al posto della testa ha quella che sembra sia una macchina fotografica che un altoparlante; un vassoio (oppure una teglia?) al posto del cappello, potrebbe sembrare sul punto di battere un pugno sul tavolo dopo aver asserito una grande verità oppure parrebbe qualcuno che si regge alla maniglia del tientibene sull’autobus oppure vedete voi; io sono sempre stata forte a giocare alle bambole o ai robottini, così come potete considerare da voi se si tratti di una femmina o di un maschio.

A me lì per lì è sembrata femmina, ma il nome Nam June Paik è un nome da maschio suppongo, infatti questo Nam June Paik è un tizio che è esistito davvero, scomparso nel 2006, nato nel 1932, un anno maggiore dell’americana Charlotte scomparsa però nel 1991.

Nam June Paik è stato un artista coreano-americano, il primo a dare un nome al futuro delle telecomunicazioni, quindi forse a intuirle pienamente in termini di conseguenze e velocità, lui infatti come solo un vero artista sa fare, chiama il nostro presente electronic super highwayancora prima che fosse visibile a tutti.

La fotografia Nam June Paik robot k456 of 1964 per me ricorda a tutti noi che un robot è un giocattolo delicato all’interno della nostra visione della realtà, perciò insegna a noi tutti l’approccio che bisogna tenere con uno di essi, quello ludico, siano essi in grado di muoversi davvero, parlare davvero o pensare davvero, sono prodotti secondari della nostra immaginazione con cui possiamo giocare.

Non bisogna assolutamente lasciare che le abilità elettroniche con cui sono costruiti spaventino, no panic!.

Perché infatti che uno lo ammetta o no, si tratta della voce della paura quella che si sente raccontare per lo più intorno a questi nuovi robot umanoidi.

Avere paura della tecnologia significa a mio avviso che quella tecnologia è in anticipo sull’opinione pubblica oppure che l’opinione pubblica è stata manipolata con un fine perverso.

Credo che molti problemi etici sui robot derivino dalla paura di qualcosa che non esiste se non in una struttura inconscia traumatizzata e credo anche che la moltitudine di questi problemi etici debba essere salvata e però presentata da un altro punto di vista, quello semplicemente storico della tecnologia, bisogna ricordare a che punto era la tecnologia per esempio nel XX secolo, per poi prendere le giuste misure rispetto alle nuove entità robotiche di cui ben presto potremmo fare piacevole conoscenza giocando con loro.

Abbiamo bisogno di sapere per usare consapevolmente, per interagire consapevolmente, per affrontare con serenità le evenienze fantascientifiche su cui ragioniamo, abbiamo bisogno anche di un pochino di paura, ricordando che non esiste il coraggio senza la paura, ma non abbiamo assolutamente mai alcun bisogno di terrore.

Di seguito un’altra opera del Mumok.

Daniel Spoerri, Raccolta di utensili montati su una tavola di legno

Mi sono permessa di tradurre in italiano il titolo di quest’opera (Collection d’utensiles à prémacher) già nel titolo del paragrafetto, per il fatto che a parere mio il titolo di per sé è assolutamente significativo.

Quest’opera di Daniel Spoerri conservata al Mumok, il museo austriaco da cui abbiamo tratto anche la precedente, a me sembra un robot, ma non è un robot, è come detto una raccolta di utensili montati su una tavola di legno.

A questo punto mi pare che io possa spiegare meglio il discorso sull’atteggiamento ludico che facevo con l’altra opera citata e di cui tratto precedentemente sempre in questo articolo.

Non è un robot ufficialmente, ma per me lo è se guardando l’opera d’arte inizio a giocarci, immaginando che sia un robot alieno, pensando una voce per questo arnese, un modo di spostarsi, un carattere, le sue passioni, la sua storia.

Possiamo chiamare le cose con il loro nome oppure con perifrasi, in ogni caso bisogna ricordarci che il modo in cui interagiamo con esse è determinante, se le chiamiamo in maniera fisicamente descrittiva o con nomi già elaborati concettualmente dipende dalla nostra volontà nei confronti della cosa.

Ricordiamoci in futuro che i robot umanoidi sono ammassi meccatronici con sembianze umane e software di raccolta e elaborazione dati altamente sviluppati.

Così auguro che in un futuro ancora più futuro avremo ricordato che sono robot anche quelli vecchi mezzo scassati o rattoppati, superati, non aggiornati, poi aggiustiamoli, rattoppiamoli, mettiamoli sopra a quelli più nuovi, e infine aggiorniamoli o semplicemente custodiamoli.

Eduardo Paolozzi, Wonder Toy: Robert the Robot

Dal catalogo della Tate di Londra, uno dei più significativi musei di arte contemporanea, vediamo Wonder Toy: Robert The Robot opera realizzata nel 1971 da Sir Eduardo Paolozzi (1924-2005).

Il robot delle meraviglie è una immagine realizzata con inchiostro, guazzo e fotografia su tavola che riproduce un piccolo robot con comandi a distanza e un bambino.

Il robot si chiama Robert, può muoversi in ogni direzione e può spostare in alto e in basso le sua braccia a comando, ha delle manopole sul petto e una tasca per le batterie, stando a quanto riportato sul sito, queste informazioni si trovavano sulla didascalia originale allegata all’opera, insieme all’informazione sull’altezza del robot,14 pollici (n.d.r. 35,56 centimetri) e a informazioni sugli occhiali e sul caschetto del bambino; gli occhiali sarebbero degli occhiali speciali per le radiazioni mentre sul caschetto vediamo un razzo affusolato.

Il mio robot artwork

Anch’io mi sono divertita a creare un’opera d’arte per così dire “robotica”, quando ho disegnato il volto mi è parso assomigliasse fortemente a una mia vecchia zia, allora ho deciso di darle un corpo seguendo l’ispirazione.

L’opera potete vederla in foto di seguito, si intitola Robot Vittorina.

Robot Vittorina

Robot Vittorina

Per realizzarla ho usato alcuni macchinari, un aspirapolvere funzionante e una macchina idropulitrice, Vittorina inoltre tra le altre cose ha un cuore e delle calamite.

Nell’immagine guardando con attenzione potete vedere anche il foglio di progetto e una foto con la vera Vittorina.

Doraemon

Cosa è Doraemon?

Banalmente Doraemon è il cartone animato giapponese trasmesso da anni anche in Italia.

Ha come protagonista il gatto robotico chiamato Doraemon da cui il nome del cartone animato stesso.

Apparso per la prima volta nel 1969 il personaggio manga è un simpatico micione che viene dal futuro e che aiuta i bambini a scuola con le sue qualità speciali.

Sono più di cinquanta anni che Doraemon è tra noi; ma non è sempre stato un cartone animato, prima è stato fatto a disegni, infatti è apparso per la prima volta nel dicembre del 1969 sulla rivista mensile nipponica Coro Coro Comics.

Il manga di Fujiko F. Fujio è poi diventato un anime ed è così sbarcato in Italia nel 1980, parliamo dunque di diverse generazioni a cui questo gattone ha fatto compagnia nella crescita, attestandolo come un vero e proprio must del manga.

Il micio è di colore blu e il suo umano preferito è Nobita Nobi un bambino di 10 anni che va in quinta elementare e che lui stesso da adulto lo ha inviato nel passato come guida, per fare in modo che evitasse di commettere certi errori che segnano la sua vita, un po’ come fa il figlio di Sarah O’Connor con il Terminator nel secondo episodio della serie, anche se per la precisione John invia il Terminator per proteggere se stesso in quel particolare frangente della sua vita.

Doraemon secondo la storia di Fujiko F. Fujio è stato costruito con la tecnologia del XXII secolo e dunque è in grado di provare emozioni come ogni essere umano.

Senza orecchie perché rosicate da dei topolini e rotondo come i suoi dolcetti preferiti i Dorayaki, è di colore blu perché è stato colpito da un fulmine, evento accidentale a seguito di cui ha sviluppato alcuni malfunzionamenti -per meglio dire difetti di prestazione- e alcuni problemi di personalità.

L’incidente del fulmine in sé non incide direttamente sul colore del gatto, ma è determinante in modo secondario, infatti Doraemon è così gravemente traumatizzato dal fulmine da piangere copiosamente.

A quanto pare il povero micio dopo il fulmine piange talmente tanto da cambiare colore: il suo pelo che in principio era arancione, diventa blu.

Adoro il fatto che il dolce Doraemon abbia una sorellina, Dorami, lei è una dolcissima gattina circa dieci volte più potente del fratello maggiore, infatti è stata costruita dopo di lui e la tecnologia aveva fatto ulteriori passi avanti.

Tecnicamente Doraemon è un robot con, mi pare, 129,3 cavalli, mentre Dorami ne ha 1000.

Mostra su Doraemon

Il museo giapponese Kyocera Museum of Art a Kyoto ha in programma per il 2021 una mostra su Doraemon.

Per realizzare la mostra ha coinvolto ventotto artisti di arte contemporanea giapponesi e di altre nazionalità, nel creare la loro immagine di Doraemon.

Questo renderà il personaggio robot che ha divertito i bambini di tutto il mondo per oltre 50 anni una presenza iconica nel panorama di arte contemporanea internazionale.

La mostra si svolgerà a Kyoto negli spazi dell’Higashiyama Cube da sabato 10 giugno a domenica 5 settembre 2021.

La mostra è attesissima sia per la passione verso Doraemon sia perché ha un concept assolutamente innovativo, mette un soggetto fantastico al centro dell’immaginazione di artisti contemporanei e questo personaggio è un robot senziente come un umano e con corpo di gatto.

Gli artisti partecipanti sono qui elencati in ordine alfabetico:.

  • Aida Makoto,
  • Fukuda Miran,
  • Goto Akinori,
  • Kondo Satomi,
  • Konoike Tomoko,
  • Kuwakubo Ryota,
  • Machida Kumi,
  • Masuda Sebastian,
  • Mr.,
  • Morimura Yasumasa + Koike Junko,
  • Takashi Murakami,
  • Odani Motohiko,
  • Nakatsuka Suito,
  • Nakazato Yuta,
  • Nara Yoshitomo,
  • Ninagawa Mika,
  • Nishio Yasuyuki,
  • Rena Rena (Nakajima Rena),
  • Sakamoto Tomoyoshi,
  • Sato Masaharu,
  • Shiriagari Kotobuki,
  • ShiShi Yamazaki,
  • Shinohara Ai,
  • Ume Kayo,
  • Yamaguchi Akira,
  • Yamaguchi Hidenori + Ito Wataru,
  • Yamamoto Ryuki,
  • Watanabe Nozomi.

Spero tanto poi sia anche online perché non vedo l’ora di vederla, e voi?.

Musei, storia e significati

Màlenki Robot Memorial

Màlenki robot memorial è il nome di un museo in Ungheria che a sua volta prende il nome da una locuzione originariamente in lingua russa che ad un orecchio italiano sarebbe probabilmente suonata meilinkeija reibotei (in lingua inglese la traslitterazione sarebbe malenkaya rabota) usata durante la Seconda Guerra Mondiale.

La locuzione (o coppia di parole) la cui scrittura originaria sarebbe in cirillico e che dà il nome a questo museo memoriale, era usata dai russi per dire qualcosa che letteralmente significa “lavoro piccolo” e veniva affibbiato ai deportati nei lager.

I prigionieri dei lager erano continuamente trasportati in giro per l’Unione Sovietica per essere sottoposti a massacranti turni di lavoro che dovevano espletare nel gelido clima di quel territorio, senza altro addosso se non una divisa di cotone e poco più, venivano loro assegnate razioni di cibo scarse e molto poco caloriche, tenuti in condizioni igienico sanitarie più che precarie, bestiali e, inoltre, privati di ogni tipo di oggetto personale e identità così da provare ad annientarli mentalmente oltreché fisicamente.

Il Màlenki robot memorial ha come obiettivo il perpetrare la memoria di questi orribili fatti, affinché non accadano di nuovo oltreché per ricordare la morte degli oltre 300mila ungheresi che hanno tragicamente perso la vita nei lager.

Da questo museo mi aspetto

Il Museo Màlenki in Ungheria è un museo che è un vero e proprio faro, simbolo per ricordare i fatti orribili dentro la Seconda Guerra Mondiale, oltre alle visite ai campi di sterminio nazisti presenti ad esempio sul territorio tedesco e polacco.

Mi aspetto che che faccia la sua parte nella sua funzione di memento a europei, russi, americani, giapponesi, e a tutti coloro che erroneamente -parlando in generale- dimenticano l’orrore e la disumanità che consegue dall’applicare una logica cieca e da tutto ciò che questo enorme sbaglio può portare con sé-

Mi aspetto che la gente adulta o in fase di sviluppo possa sapere, anche attraverso un museo come quello ungherese cosa significa trasformare le persone in cose, in robot, guardando a ciò che è costato in passato, guardando a quante persone donne e uomini e bambini sono morti tragicamente, prigionieri senza alcun crimine.

Mi aspetto che si parli ancora di patto sociale, quel patto che ogni cittadino consciamente o inconsciamente sottoscrive nel momento in cui vive in una società che voglia dirsi civile, mi auguro che la parola robot in qualsiasi lingua non torni a essere legata al lavoro di uomini privati di diritti.

E che queste tragedie avvenute nel corso del Novecento, quelle raccontate anche dal Museo Màlenki, rimangano alla luce della cronaca e che siano oggetto di trasmissioni e iniziative culturali ogni giorno, non solo durante la data celebrativa canonica.

Intelligenza Artificiale e legislazione

Almeno per quanto riguarda l’Europa, la discussione sull’intelligenza artificiale arriva, ad aprile 2021, sui banchi della Commissione Europea.

Trapelata una bozza su un prossimo Regolamento dell’Intelligenza Artificiale, un testo che detta le regole per favorirne uno sviluppo sia rispettoso dei diritti fondamentali sia orientato agli interessi collettivi.

Evitare sorveglianza e manipolazione di massa è l’obiettivo che i primi atti di legislazione dell’UE vorrebbero dichiaratamente perseguire.

La discussione sulla bozza è in programma in Commissione Europea durante la settimana 26-30 aprile 2021.

Rimando cortesemente i lettori ai canali ufficiali dell’istituzione per eventuali ulteriori informazioni in merito.

Letteratura

Sto leggendo molti libri in questo periodo come al solito d’altra parte a parte, scusate il gioco di parole, quando la mia dannata malattia cronica va a tutta birra.

Tra i testi che ho per le mani ce n’è uno che si chiama Intelligenza Artificiale, viva la fantasia, e ne vorrei scrivere, non appena lo avrò letto tutto.

Dunque per ora, in attesa che io finisca il libro sugli antichi romani, e quello sulla dinastia medici di Firenze e che mi decida a riporre un testo di Storia della Filosofia che si intitola Determinismo e libero arbitrio da Cartesio a Kant, ce ne è uno che ho letto l’anno scorso, di cui una parte è tutta incentrata sull’intelligenza artificiale software e che va assolutamente bene per questo articolo.

Si chiama Quattro modelli di futuro, c’è vita oltre il capitalismo; è di Peter Frase.

Quattro salti software

Il libro sopracitato di cui vi racconto qui, Quattro modelli di futuro di Peter Frase, racconta tra l’altro di un software in particolare che mi ha incuriosito, si tratta di un software medicale, serve a filtrare le informazioni e la conoscenza medica, per fare diagnosi.

Per ironia a me viene in mente…

Avete mai visto i super computer costruiti da Archimede Pitagorico di solito per Paperone, pieni di lampadine e levette i quali, fattagli una domanda, si mettono in funzione con rumorosi bzzz e bazz e pin tin pan pon per poi fornire un pezzettino di carta per risposta, sputandolo da una fessura?

Ahimé! Ne avessi avuto uno, tempo fa!.

Nessuna estrazione di radice quadrata

Stavo leggendo come accennavo più sopra quella quantità di libri tra cui il testo sull’intelligenza artificiale edito nel 2020 da Bollati Boringhieri.

Mi auguro che i miei lettori non si siano aspettati qui una recensione del testo di Quintarelli, perché altrimenti mi spiacerebbe molto disattenderli, ma dovrei chiedere loro di rivedere la loro visione dell’articolo.

Mi ha colpito in particolare una parte, quella in cui racconta di una ricerca negli archivi online dei giornali dell’epoca in cui vennero introdotti i calcolatori.

Di questa ricerca citata, l’autore rileva un dibattito acceso sull’uso delle calcolatrici.

Si temeva che l’uso scolastico di quelle macchine avrebbe fatto perdere parte delle facoltà mentali agli studenti, che sarebbero stati un po’ meno intelligenti, perché l’attività era caratteristica del « sapere » che una buona formazione deve assicurare, e così via.

Intelligenza Artificiale
Cos’è davvero, come funziona, che effetti avrà a cura di Stefano Quintarelli

Personalmente, considerazioni ulteriori

Mi stupisce in totale franchezza non aver trovato immediato accenno alla vecchia questione socratica apertasi sul fare dell’introduzione della scrittura o meglio dell’alfabetizzazione, insomma trovo davvero un peccato non vi sia ricordo della preoccupazione del dolce Socrate il quale riteneva per quello che ne sappiamo che l’uso della scrittura facesse perdere la memoria alle persone.

Di questa questione se ne parla di solito quando si tratta del passaggio dalla fase aurale a quella successiva, ovvero del passaggio dal tempo in cui la storia era narrata e tramandata in forma orale (pensiamo ad esempio ai cosiddetti poemi omerici) e al momento in cui la venerazione per l’aedo si perde, si perse la tradizione dei rapsodi, dunque svanì l’uso di narrare il passato in versi, cantandolo appunto, per facilitare la memoria, tempo a partire da cui la storia dovette avvalersi in maniera precipua della scrittura, dei testi scritti e di studiosi per essere tramandata piuttosto che di canti e di rapsodi.

I canti erano costituiti da proposizioni variabili intessute di schemi sonori così da poter costruire uno speciale schema linguistico ripetibile e richiamabile che poteva indurre la memoria a passare da una frase particolare a un’altra familiare, rendendo la prestazione dei rapsodi, cantori itineranti, di volta in volta simile e diversa.

Ora, a parte un eventuale ulteriore approfondimento sulla interessante questione del passaggio dalla tradizione orale a quella scritta, per me è doveroso dare ulteriori sul precedente accenno:.

Indico la lettura del Fedro di Platone, del 370 a.C., e in particolare per chi avesse poco tempo per leggerlo tutto e, volendo dividerlo in parti o sezioni, segnalerei quella a cui potremmo dare nome il mito di Theuth.

Comunque sia, citazioni che mi stanno a cuore a parte, trovo assolutamente carina la visione che si trae sull’intelligenza artificiale, insomma la processione delle funzioni da umane a meccaniche, si estenderà ulteriormente arrivando ad abbracciare anche funzioni percettive e di classificazione, sottolineando ancora sul testo a cura di S Quintarelli, funzioni percettive e di classificazione, poi utilizzate per fare predizioni.

Il che apre a mio avviso un vero e proprio span vettoriale su quello che è il mondo della razionalità, della logica, della analisi statistica e del fit, ma sono sicura di voler tralasciare in merito.

Nel testo curato da Quintarelli si racconta del fatto che il confine di ciò che è inteso come intelligenza umana si è spostato relegando ad esempio procedure di calcolo a compito delle macchine, e che questo limite ora, con l’intelligenza artificiale, si sposta ulteriormente per escludere da ciò che intendiamo come caratteristico dell’intelligenza umana anche le attività di percezione e classificazione.

Mi auguro infine che alle macchine, specialmente alle umanoidi che già si vedono nei laboratori di meccatronica (che tra gli altri robot che potete immaginare, ricordano casualmente École de Barbizon il robot coprotagonista del mio racconto fantasy in cima a questo stesso articolo), sia sempre lasciata anche la categoria non classificabile al momento, e che questa categoria che io chiamo così, ma che potremmo anche chiamare per esempio in modo altisonante messia, oppure come piace agli scientifici, genio, ecco che quella categoria sia per così dire una delle più importanti e che siano buoni un giorno con chi suo malgrado vi finisca dentro.

Considero in ultimo che bisogna dare maggior importanza e consapevolezza ai ragazzi sulla loro formazione umanistica per aiutarli a fortificarsi nell’essere e colti e saggi e il più umani possibile, a latere per questo suggerirei l’insegnamento della Filosofia in tutti gli ordini scolastici.

Tout court, vi ho già parlato di Johann Gottlieb Fichte?.

Film

Sono moltissimi i film che trattano di intelligenza artificiale, molti quelli che hanno dei robot per protagonisti, cercherò di raccontarvene il più possibile qualora ce ne sia occasione, così che ognuno possa scegliere quale vedere tra un gruppo selezionato, in ogni caso auspico che ognuno possa farsi un’idea sul grado in cui la robotica in particolare e in generale l’intelligenza artificiale siano parte della dialettica contemporanea.

Sono molti anni che l’intelligenza artificiale è al centro della cinematografia main stream, per questo io vi racconto le mie impressioni su questi movie, ma vi chiedo di fare caso alla data di relase per capire quanto possano essere originali e sensazionali per me, come ad esempio nel caso di Corto Circuito.

Corto circuito

Corto circuito (Short Circuit in inglese) è un film del 1986 e racconta di un robot scambiato per un alieno dalla donna che per prima lo ritrova dopo la fuga dal centro in cui il piccolo è stato assemblato a scopi militari, la NOVA Robotics, e da cui è fuggito, dopo aver accidentalmente preso coscienza di sé, durante una dimostrazione.

Un robot che sa di esistere

Il robot che ha scoperto di esistere sembrerebbe a seguito di una scossa di elettricità accidentale (causata da un fulmine), ha bisogno di soddisfare la sua curiosità; ha bisogno di sapere e per questo cerca informazioni di qualsiasi tipo, insomma cerca di istruirsi; è diventato quello che si potrebbe chiamare un “animale sociale”, cioè ha bisogno di empatia e di aiuto, la stessa cosa che mutatis mutandum accade a tutti i bambini e poi ai ragazzi e che è un atteggiamento che, se viene correttamente valorizzato può portare alla piena realizzazione del sé, quando invece venga represso si vanno a creare grossi disagi, specie se la repressione avviene attraverso atti di violenza fisica.

La pazienza e la comprensione di Stephanie, per rispondere all’unicità di Numero 5 e al suo bisogno di affetto e di sapere è una delle cose che mi ha colpito positivamente di questo film degli anni ’80, insieme al permettere l’accesso seppur in qualche modo a quella che chiamiamo cultura umana, cioè il valore dell’accoglienza e della benevolenza verso un piccolo sconosciuto così come ho adorato la assenza di violenza nelle reazioni ai pasticci del robot.

Robot ha un nome “numerico”, ovvero Numero 5

Mi ha colpito inoltre il fatto che il robot sappia il suo nome; anche se si tratta di un numero robotico, lui spesso ripete il suo nome, perciò noto la volontà di affermarsi distintamente rispetto agli altri con cui è in contatto, significa la presenza di una personalità e di un confine tra sé e il non sé, grazie a cui, laddove si presenti, è sempre possibile instaurare un contatto dialogico e interpersonale.

Anche se la cosa che ho apprezzato di più nel film è la marcia indietro fatta da Stephanie nel consegnare il robot ai “proprietari”, insomma Numero 5 riesce a farsi aiutare davvero e si salva.

Resistenza

Robot Numero 5 è assolutamente certo non vuole essere preso dalla NOVA Robotics, non vuole tornare al centro dove è stato assemblato, perché sa che i tecnici della casa robotica lo spengerebbero e cancellerebbero ogni traccia di lui, come ucciderlo dunque, infatti lo tratterebbero come una macchina impazzita.

La sua compagnia lo aiuta a mettersi in salvo, capendo che quelli dell’organizzazione lo avrebbero annientato ancora prima di dargli il tempo di spiegare.

L’istinto di sopravvivenza e la resistenza a favore di Numero 5 sono quello che mi porto a casa di questo ottimo film diretto da John Badham che io di recente ho trovato disponibile su Prime.

Se avete già letto la trilogia fantasy Pietas che ho scritto qualche anno fa allora vi sarà certo tornato in mente quanto raccontato nel cantiere navale, lì è simile, ma diverso, per un sacco di motivi, nel secondo libro di Pietas, chiamato La tazza del teletrasporto, chi sembra impazzito è perché sta, si potrebbe dire, perdendo ulteriormente coscienza di sé.

Articolo concluso.

di Elettra Nicodemi

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