Arte Contemporanea

Rip. Christo

La Pop art sbarca alla Biennale di Venezia nel 1964 e fa scalpore per vari motivi: lo spazio richiesto dalla sua esposizione (eccessivo in tutti i sensi) è uno di questi, poi perché in qualche modo mostra la globalizzazione in corso.

Iniziato probabilmente in Inghilterra, il movimento Pop è stato recepito in varie parti del mondo.

L’influsso di culture diverse produsse realizzazioni straordinarie accomunate da quella sorta di “celebrazione oppure protesta” sul consumismo occidentale tipico della corrente.

Tra gli artisti pop più famosi si ricordano gli americani Claes Oldenburg, Christo, Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Roy Lichtenstein.

Gli studi storiografici sulla Pop-art sono in corso; significativa in merito la mostra 2015 della Tate Modern di Londra.

Oggi all’indomani della sua morte, le opere di Christo ritornano in evidenza e assumono per lo spettatore vergine un significato diverso, legato a lo spettro del coronavirus e alla necessità di igiene.

Gli anni 60 del Novecento

Inside The Staircase inquadra gli anni 60 del Novecento, con un solo buon motivo: per capire qualcosa della Pop-art.

Alla biennale del 1964 la Pop-art arriva all’onor della cronaca come una sconcertante ovvietà.

Davanti agli occhi di tutti infatti ci sono semplicemente oggetti di uso comune che assurgono ad opere d’arte.

Gli artisti pop Oldenburg e Wahrol riescono a vedere nelle attività di tutti i giorni il design a cui si è mitridizzati.

La gente a cui arrivano le prime immagini di Andy Warhol sono come un uomo del secolo precedente messo davanti ad uno specchio, così è la gente a cui arrivano le prime immagini di Andy Warhol.

Cose della quotidianità lavate con un contrasto bidimensionale, riescono a mostrare un aspetto mai visto prima.

Conquista Pop

Immaginiamo l’uomo dei tardi anni ’50 ancora immerso nel frastornamento apportato dalle nuove conquiste tecnologiche di aiuto alla vita quotidiana, gli elettrodomestici.

Ora lo vediamo imbambolato dall’opulenza del boom post bellico; immerso nella pubblicità visiva; poi, improvvisamente messo di fronte alla Campell da 19 centesimi.

Da quel momento aprire lo sportello della dispensa fa tutto un altro effetto o qualcosa così.

Con Andy Wahrol (1928-1987) i barattoli di zuppa acquistati ad un’offerta 3×2, la preziosa lattina rimasta sul fondo dello scaffale, il barattolo di sottaceti, perfino la stampa del tessuto del canevaccio appoggiato sul ripiano, diventano oggetti visti sotto una nuova luce.

Le stampe di Wahrol si sovrappongono, Andy rallenta di un frame la nostra mano prima che afferri la solita conserva sul ripiano.

La pop-art americana in generale allontana dalla visuale consueta ed è qualcosa che non solo si guarda, ma si acquisisce.

Polemica Rauschenberg

Ed è precisamente questo uno dei motivi della polemica accesa a seguito della vittoria di Rauschenberg della biennale di Venezia del 1964.

Le discussioni a proposito del merito per il premio all’artista Robert Rauschenberg (1925-2008 / Stati Uniti) -ad oggi considerato genio del movimento popular- sono attraversate da critiche portate avanti con forza; nel dibattito si parla di “colonialismo culturale” per il ruolo cardine della pop-art nella diffusione, accettazione o rifiuto del fenomeno della globalizzazione.

All’epoca in cui sbarca a Venezia la pop-art aveva bisogno di stalli buoni per le gigantesche sculture degli artisti.

Considerato lo spazio espositivo collaterale organizzata a San Gregorio, il campo libero lasciatole era notevole e a molti non stava bene, sembrava di essere a una celebrazione del consumismo occidentale più che di fronte a un grido di protesta e sovversione attuato con un linguaggio universale, quello dell’arte.

Storiografia sulla Pop-art

Per quanto riguarda la sua origine il movimento artistico è rivendicata in Inghilterra, ma chiunque sia stato il primo a mettervi mano a parte, questa corrente è stata recepita in varie parti del mondo ed è proprio l’influsso di varie culture diverse a produrre realizzazioni straordinarie.

La storiografia sta facendo corso sulla Pop-art proprio in questi anni dunque nel seguito dell’articolo vediamo qualcosa su una delle mostre del nuovo millennio che ha provato a parlare di pop-art e ancora più avanti qualcosa sugli artisti che segnano il movimento artistico sviluppatosi e conclusosi nella seconda metà del Novecento.

Mostra storiograficamente interessante

Alla Tate Modern l’esposizione EY Exibition: The World goes Pop, (17 settembre 2015 – 24 gennaio 2016), proponeva circa 200 opere realizzate tra il 1960 e il 1970. Dall’America Latina all’ Asia, dall’ Europa al Medio Oriente ha permesso di seguire lo sviluppo del movimento pop in varie parti del mondo.

Esplodendo la tradizionale storia della Pop Art, l’esibizione è stata il culmine di nuove approfondite ricerche che mostrano come differenti culture hanno contribuito, ripensato e risposto al movimento.

L’esibizione rivela come Pop-art non è mai stato solo una celebrazione del consumismo occidentale, ma spesso è stato un linguaggio internazionale sovversivo per criticismo e pubblica protesta.

EY Exibition: The World Goes Pop è stata la quarta mostra realizzata da EY, parte della partnership triennale con Tate Art.

Claes Oldenburg e Christo

Il punto forte della Pop-art di Claes Oldenburg e di Christo? Non tanto aver notato prima degli altri, quanto aver dato dignità di esistenza all’oggetto in trasformazione.

Claes Oldenburg

Claes Oldenburg è uno degli artisti più significativi della Pop-art americana.

Svedese, naturalizzato americano, nasce nel 1929, diventa scultore a New York; le sue opere sono altamente riconoscibili.

Di lui si ricordano le opere mozzicone di sigaretta, datato 1968-1976, la coppia di hamburger, il tubo di dentifricio, la paletta blu nel prato.

Oldenburg vede la forma degli oggetti di uso comune.

Crea istallazioni abbastanza grandi e abbastanza verosimili da permettere il momento di straniamento Accidenti! Non avevo mai fatto caso… .

Il punto forte della Pop-art di Claes Oldenburg? Non tanto aver notato prima degli altri, quanto aver dato dignità di esistenza all’oggetto in trasformazione.

Christo

Christo invece è un artista di origini bulgare, di recente (il 31 maggio 2020) scomparso a New York a 84 anni.

Nato a Gabrovo nel 1935, studia all’Accademia di belle arti di Sofia; terminati gli studi, sfugge al blocco comunista.

Va a Praga, a Vienna, sono tappe che lo portano in Francia; è a Parigi nel 1958.

In ville lumière incontra la sua futura compagna.

Si trasferisce negli Stati Uniti con lei pochi anni dopo.

New York è la sua città.

Christo esalta la forma di oggetti grandi come fontane, torri, persino una scogliera (1969, Little Bay, UK) e piccoli come Carrello della spesa.

Meglio noto per le installazioni LandArt.

Realizzate in collaborazione con la moglie, scomparsa nel 2009, sono a firma Christo e Jean Claude.

Le opere di impacchettamento appartenenti agli anni ’60 sono quelle che lo avvicinano alla Nouveaux réalisme, corrente autonoma alla Pop-art.

Il movimento Pop diffusosi in Europa ebbe diverse correnti alcune delle quali sfociate in tendenze a sé stanti (arte povera, concettualismo).

Nouveaux Réalisme

Il Nouveaux Réalisme è un versante della Pop-art francese che oltre a Christoraccolse un autore tra gli altri particolarmente eccentrico, italiano, giovanissimo: Piero Manzoni.

Piero Manzoni

Manzoni incide con la sua opera un afflato dell’impianto concettuale a cui è ascritto: l’evanescenza o, si potrebbe dire, la permanenza del reale.

La veloce caducità, il riciclo continuo delle merci e la non mutevolezza delle produzioni in serie realizza un distacco.

Il godimento dell’unicità dell’oggetto viene meno.

Manzoni porta lo spettatore di fronte alla momentanea perdita di coscienza del valore della cosa.

Manzoni in altre parole ridimensiona.

Lo fa nel pieno rispetto del canone peculiare dell’arte Pop, cioè scioccando.

Manzoni trasgredisce; produce e contrassegna le impronte dei suoi pollici, chiude in involucri gonfiabili il suo soffio di fiato, firma uova sodate e persino firma persone e inscatola.

Inscatola linee fino a 7 km e inscatola, in lattine buone per l’apriscatole, la propria merda.

Roy Lichtestein

Lichtenstein è un autore di origini ebree, nato negli Stati Uniti il 27 ottobre 1923, scompare nel 1997.

Negli anni Sessanta fu una delle figure principali del movimento Pop-art.

Il fumetto è una realtà quotidiana da ormai 50 anni quando Roy Lichtestein presenta le sue tele.

Le storie a vignette sono un fenomeno popolare, un divertimento di massa che Lichtenstein sceglie di valorizzare: gli “eroi a quadretti” sono abbastanza buoni per arredare una parete.

Roy Lichtenstein rende visibile il genere del fumetto anche a i non appassionati.

Gli spazi bianchi nelle riproduzioni dell’artista sono utili per mettere in evidenza un messaggio breve.

Il testo della vignetta è presente e lo sono anche i rumori di scena, onomatopeiche: Voomp, Pop, Crash, Riiing, sono utilizzati dallo sceneggiatore di fumetto per la costruzione della vignetta, sono parte integrante della comunicazione e Lichtenstein sembra capirlo perfettamente.

Lichtenstein utilizza i fumetti più commerciali, quelli che hanno una distribuzione maggiore, maggior successo di pubblico, più facilmente reperibili; dalla sua parte, personaggi Walt Disney, ad esempio Michey Mouse, e storie DC Comics

Notata la distanza dello stile fumettistico tra una pubblicazione fresca di stampa e quella raccontata negli anni ’60 da Lichtenstein, si passa a notare il silenzio delle immagini.

Insomma l’eroe è tale per il fatto che si trova calato nelle sue vicende con profondità e passione.

In un attimo il personaggio entusiasma; si ha la sensazione di guardare la vita di altri.

Le sentenze pronunciate in vignetta sono, improvvisamente, verità univoca.

Guardiamo, ad esempio, una donna piangente di Lichtenstein ed ecco che le lacrime diventano qualcosa a cui si assiste.

Si attribuisce alla figura disegnata, piena consapevolezza del fatto che si tratti di sfera del suo privato.

Non potremmo mai comprendere il motivo profondo della manifestazione di pianto, neanche di fronte ad una dichiarazione stessa del personaggio.

La nettezza dei tratti somatici disegnati permette adesione, crea quella sorta di innamoramento, necessario alla strutturazione di un transfert.

Essi diventano un modello credibile di comportamento.

I personaggi vivono profondamente le loro passioni, dicono cose che normalmente, vista la storia, ci aspetteremmo; sono “giocabili”.

I fumetti sono modello di comportamento e di etica, mostrano il genere di relazioni interpersonali da interiorizzare e ricreare, mettono a volte in guardia da pericoli; i personaggi-a-fumetto sono copia del reale e allo stesso tempo disegnano una tendenza comportamentale, in altre parole sono parte della nostra vita.

Roy Lichtenstein lo nota negli anni Sessanta.

Sulla comunicazione verbale o sonora vediamo ancora Michey Mouse al timone.

Il topolino antropomorfo è spensierato, pieno di fiducia, bacino e gambe morbide, sguardo all’orizzonte.

Alla guida di un’imbarcazione fluviale, senza pericoli d’intorno, senza rischio di sbagli di rotta inoltre il famoso topolino dei primi cartoni animati, è muto.

Non gli si accompagna comunicazione verbale o sonora.

Roy per lo sfondo di Michey Mouse usa la tecnica del Ben-day dots.


di Elettra Nicodemi

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