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Ricordi d’Africa

Vanni Bertozzi depone fiori al monumento alle mamme, Addis Abeba (Etiopia)

Finalmente dopo anni di ricerche sono riuscito a realizzare il mio sogno e il desiderio che mi ero prefissato, fin dalla mia tenera età, il ritrovamento delle tombe dei miei genitori, deceduti entrambi in Africa: mia Madre ad  Addis  Abeba nel 1943 mio Padre in Kenya Nyeri nel 1945, prigioniero degli Inglesi.

Fu impossibile rintracciare la tomba di mia Madre, in quanto dopo la disfatta degli Italiani, i locali avevano distrutto tutto in particolare il Cimitero  di “Gulale” ad Addis Abeba.

Per ricordo ho lasciato uno scritto, per tutte le mamme, come da fotografia allegata.

Più fortuna invece per mio Padre, che essendo prigioniero degli Inglesi venne deportato in Kenya, dove per volere del Duca D’Aosta è stato costruito il SACRARIO dove sono stati raccolti tutti i caduti Italiani e lo stesso Duca D’Aosta.

Mio Padre è sepolto nel Sacrario su detto.

Il sacrario a Nyeri in Kenya

Trascrivo la nota dei 700 caduti, raccolti nella Chiesa Sacrario per dare la possibilità, a chi lo desidera e se riscontra nell’elenco dei caduti il proprio congiunto, il Padre o un parente, ricevere una foto del Sacrario a ricordo di conoscenza di un eventuale congiunto qui custodito, per un riferimento a un ricordo non solo Storico ma anche affettivo può richiederla sarà mia cura farla recapitare, nel caso sarà gradita una Offerta Libera, il cui ricavato sarà Devoluto in Beneficenza e per la cura, e fiori che saranno deposti in ricordo di tutti i caduti.

Elenco dei caduti



La foto ricordo del sacrario riporterà la dedica della duchessa Anna di Savoia Aosta, Margherita e Cristina.

Per informazioni vi lascio il mio numero di telefono 0039 333 6138796

Per offerta PostePay 4023600931664066; Codice Fiscale BRTVNN35R26D612Q


Riporto qui la presentazione del presidente dell’Anrra Guido Costabile, edita nell’opuscolo dell’Associazione Nazionale Reduci e Rimpatriati d’Africa (Anrra)

Presentazione opuscolo dell’ Anrra

“L’associazione nazionale reduci e rimpatriati d’Africa, ANRRA, costituita nel 1961 con natura apolitica per statuto, persegue da quella data fini di assistenza orale e culturale nei confronti dei propri associati o simpatizzanti e di quanti sono per qualsiasi motivo legati a terre d’Africa un tempo nostre.

Di recente è stata insignita, per il suo operato, del riconoscimento di “Associazione di Promozione Sociale”; la sua attività infatti è rivolta non solo ai connazionali, ma anche alle popolazioni più legate all’Italia, quale, ad esempio, gli Eritrei che vivono sul nostro territorio nazionale, e ai rapporti con i loro rappresentanti.

Questo pregevole “Opuscolo” di Franco de’ Molinari è una testimonianza di tale attenzione protrattasi per anni sin dal nostro forzato abbandono territoriale che non ha, peraltro, interrotto, tantomeno logorato, i rapporti di reciproca amicizia e stima fra le genti.

In questa ottica l’ANRRA, attraverso il suo periodicoIl Reduce d’Africa“, ha fatto e continua a far rivivere un passato che ci onora, anche se è stato volutamente ignorato in ambiente didattico.

I testimoni di quell’epoca sono in maggior parte scomparsi; spetta ora ai giovani cercare di saperne di più ed onorarne la memoria.

Questa meritevole testimonianza li aiuterà.

Note sulle vicende belliche

Entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940.

Isolati dall’Italia, all’inizio del 1941 le forze inglesi superano quelle italiane con l’aiuto del Sud Africa e dell’India.

Nel gennaio del 1941 gli inglesi occupano la Somalia.

Il 25 febbraio occupano Mogadiscio, il 28 marzo occupano Harar, il 6 aprile occupano Addis Abeba.

Trattamento dei civili

Somalia e Eritrea collaborano con gli inglesi; l’ Etiopia è pericolosa e in particolare Adis Abeba finché gli inglesi epurano il ricordo del Negus; gli inglesi decidono il trattamento coatto dei civili in campi di concentramento -con solo bagaglio a mano-.

Con la ferrovia Adis-Abeba-Gibuti deportarono i civili fino all’altezza del fiume Aushc perché il ponte era stato fatto saltare.

Di qui con automezzi fino a Berberadove attendevano le navi per l’imbarco su carri bestiame tre giorni in carovane nel deserto per arrivare a Madera.

Le forze italiane, comandate dal Duca d’Aosta trincerate sull’Ambalagi resistettero dal 3 luglio per arrendersi poi dopo una dolorosa resistenza.

Le ultime resistenze cessarono il 27 settembre del 1941 e tutti i possedimenti italiani furono persi: Eritrea, Somalia, Etiopia.

Gli italiani che furono fatti prigionieri erano oltre 100mila uomini e circa 50mila civili; qui comincia l’odissea.

I campi di concentramento per gli italiani si trovavano ad Harar, a Dire Daua, a Madera a Hargheisa.

Utilizzando la ferrovia Addis Abeba-Gibuti trasferirono o, sarebbe meglio dire, deportarono donne, bambini e vecchi senza riguardo alcuno, costringendoli a abbandonare tutto a parte un solo bagaglio a mano.

La ferrovia era stata interrotta all’altezza del fiume Auasc dal crollo del ponte, fatto saltare dalle nostre truppe; la gente fu trasbordata su delle vecchie corriere italiane (le Citao Compagnia Italiana Trasporto Africa Orientale) poi di nuovo su vagoni bestiame.

Le prime famiglie che scesero furono fatte alloggiare in vecchie case Incis semidistrutte e furono le più fortunate, infatti le altre famiglie di italiani furono alloggiate in campi di concentramento.

Sia le une, le ex-Incis, sia i campi erano cintati con il filo spinato, con restrizioni di cibo, di vestiario, con precarie condizioni igieniche.

I campi continuavano a ricevere sfollati anche da altre città etiopi, aggravando la situazione generale per sovraffollamento.

Chi poteva dimostrare di avere mezzi propri e parenti o attività commerciali a Asmara o a Mogadiscio riusciva con qualche difficoltà ad allontanarsi da quei campi di sofferenza.

Gli altri dovevano rimanere passivamente in attesa dell’eventualità di chissà cosa: un trasferimento in altri campi di concentramento in colonie inglesi, come per esempio in India, Kenya o Sud Africa, oppure l’atteso rimpatrio?

Le peripezie attraversate dai residenti di Adis Abeba sono innumerevoli, seguono alcuni stralci delle vicende accadute a cittadini che avevano trovato rifugio a Adis Abeba o che erano stato trasferiti di autorità dagli inglesi, ma che erano risiedenti in altre località.

Per noi che eravamo ad Adis Abeba cominciò il calvario.

In un primo momento fummo trasferiti nelle baracche del Genio Civile perché ritenute sicure nei confronti delle continue rappresaglie da parte dei ribelli di Shifta.

Gli inglesi cominciarono subito l’occupazione con un comunicato che trascrivo:

è necessaria l’evacuazione dei cittadini italiani ad Adis Abeba che negli ultimi cinque anni hanno reso indesiderabile la loro permanenza in Africa Orientale” e avanti di questo passo dando la lista dei partenti giorno per giorno.

Non tutti gli abissini erano contro gli italiani tanto che, come ricorda Luciana Zink, “Alla nostra partenza in treno da Adis Abeba uno stuolo di indigeni manifestò il proprio dispiacere augurandoci di tornare presto”.

Luciana Zink aggiungeva di aver appreso da altri connazionali che per le successive partenze gli inglesi avevano vietato ai locali di entrare nella stazione o comunque di manifestare pro italiani.

Come scrive Gastone Rossini, dopo l’occupazione britannica il Negus stesso accettò che numerosi italiani rimanessero ad Adis Abeba.

Sulle case ex-Incis

Luciana Zink racconta anche delle sopracitate case ex-Incis depredate e abbandonate dalle truppe di colore inglesi durante l’avanzata: “Le case ex-Incis erano in uno stato pietoso con suppellettili mancanti o semidistrutte.

La prima notte ricordo che dormii distesa su un tavolo, ebbi come materasso il mio cappotto; sognavo che delle noci mi premevano sul corpo, non erano altro che i bottoni del cappotto; al mattino ebbi un brutto risveglio constatai infatti che le reti metalliche erano infestate da pidocchi così numerosi da tentare di eliminarli col fuoco”.

Sul campo di concentramento a Dire Daua

Il particolare degli insetti è presente anche in altre testimonianze come riferisce in particolare sulle cimici nel campo di concentramento, anche Valentina Ceccarelli ricorda:

A Dire Daua ci avevano stipato negli hangar dell’aereoporto; quei capannoni erano fatti in lamiera, ci riservavano quindi 35 gradi di giorno e 10 di notte.

I letti erano a castello, se posti, tre piani, per materasso una semplice tela di sacco, una coperta a testa.”

Ancora dalla testimonianza di Valentina Ceccarelli: “Cimici a battaglioni affiancati, grosse, rosse, affamate; mi procurai una candela per bruciarle, ma a dispetto dell’incessante caccia notturna, tutti avevano la pelle come se infestati da scarlattina o morbillo; che dire poi del cibo? In un paese dove cresceva il caffè a noi davano una brodaglia nera col sapore di fuliggine, pranzo e cena con pasta dei nostri depositi militari e carne locale, niente verdure, niente sughi, poco pane, niente frutta ed era il paese delle banane, dei manghi, della papaia; ne soffrivano i bambini che dalla Croce Rossa avevano una scatola di latte condensato la settimana; e l’acqua! Un’ora al mattino, un filo d’acqua, ognuno riempiva borracce per bere e non restava che poche gocce per fingere di lavarsi”.

La testimonianza continua: “I gabinetti erano lunghe fosse con tavole per piedi, gas mefitici e mosconi voraci che assalivano le parti nude; poi gli scorpioni, grossi come granchi che camminavano sotto un leggero strato di sabbia per assalire e pungere quanto si trovasse alla loro portata, sembrava quasi che fiutassero carne umana; ogni tanto alcuni rimpatriati venivano spostati a Madera, altro campo peggiore del primo, in pieno bassopiano desertico vicino alla costa”.

Sul campo di concentramento a Madera

Su Madera riporto un’altra testimonianza di Nella Teò Zulfarino: “Partimmo dal campo alloggio di Adis Abeba l’8 febbraio 1942 scortati dagli inglesi fino alla stazione ferroviaria. Un giorno intero di treno in carri da bestiame e poi tre giorni su camionette tra polvere e vento in zone desertiche per arrivare a Madera.

Descrivere quel campo è semplicemente allucinante, diviso com’era in quattro settori, per militari inglesi, militari italiani, italiani prigionieri, civili italiani evacuati, zona donne e bambini.

Sotto un solo implacabile, l’esistenza aveva un solo implacabile imperativo: sopravvivere- la testimonianza di Nella Teò Zulfarino continua- e ciò fu possibile per molti anche per l’aiuto fornitoci dai nostri connazionali, militari e civili, forti di una maggior esperienza di arrangiarsi e sopravvivere”.

Sempre sul campo di concentramento di Madera, la testimonianza di Olga Olsoufieff: ” C’è troppo sudiciume nel campo, mosche, puzzo, gabinetti scoperti esposti al sole ed a intemperie, consistenti in una lunga fila di sedili senza alcuna privacy. Ma del resto la vita al campo era senza senso di decenza e di ritegno.”

In assenza di una valida assistenza medico-sanitaria la maggior sofferenza fu quella patita dai bambini.

Scrive massimo Zamorani: ” Molti bambini non ce la fecero, non riuscirono a resistere; morirono di difterite, tifo, dissenteria, malaria; la mortalità tra i bambini inferiori ai tre anni fu molto elevata, ma sono dati statistici che nessuno si è mai preoccupato di raccogliere”.

Ricorda ancora Zamorani:


Articolo in aggiornamento con un approfondimento sulle vicende della guerra e sulle Navi bianche.

di Vanni Bertozzi

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