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Sandro Botticelli: l’oro delle tele, Firenze e neoplatonismo

Prove di Cristo, 1481-1482, affresco, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Cappella Sistina

All’epoca di Sandro Botticelli (1445-1510) le persone e le loro città erano ancora tra loro intrinsecamente unite, non che oggi questo legame non esista più, tuttavia una volta era più evidente e se noi giovani, europei potremmo perfino prendere per “farneticante” uno che non si muoverebbe mai dalla sua amata, per esempio, Firenze, dobbiamo pensare che quella reazione è legata al fatto che noi abbiamo la nostra identità su un piano più vasto, legato a più città, a molte nazioni, a diversi usi tipici di un popolo, ma che sono sussunti ad uno attraverso l’abitante dell’Europa; un po’ come uno statunitense si sente sia legato alla città in cui vive ma prima di tutto cittadino americano. Al tempo di Botticelli le cose non erano così vaste come oggi, eppure erano maggiormente particolareggiate e ancor più si potrebbe dire, assolutizzanti. Azzarderei, forse il nichilismo del periodo odierno, quella sensazione che tutto esca dal nulla per poi farvi ritorno, è il frutto del primo impatto che l’allargamento dei confini ha portato con sé, una prima indefinita, inconscia sensazione di perdita di confini, di perdita di identità, dovuta all’allungamento e allargamento del nucleo, potremmo pensare che sia -quel nichilismo- la percezione di un risultato momentaneo, la fotografia di un attimo. D’altra parte non è forse un solo attimo nell’orologio del mondo, quello che ci separa dalla pace imposta alla terrificante seconda mondiale? Quel nichilismo di oggi andrebbe legato ad un momento dunque che è ascrivibile a quello che passa mentre una cellula eucariota si divide, nel momento in cui i nuclei sono duplicati e proprio prima del dividersi definitivo del citoplasma.

Prove di Mosè, 1481-1482, affresco, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Cappella Sistina

Le cose stavano in una certa maniera quando Alessandro era giovane e senza grossi dubbi felice e anche in piena attività, ovvero già parecchio dopo che gli fu affibbiato il nome di Botticelli, scelto secondo la spiegazione più plausibile, per il fatto che da ragazzino a Firenze frequentò la bottega orafa di un tizio di nome Botticello, ma sicuramente prima che la predicazione di Savonarola scurisse tragicamente i volti dei fiorentini e, per così dire, spengesse i pennelli degli artisti. La cultura filosofica di Firenze nel periodo della giovinezza di Sandro era di stampo neoplatonico e, giusta o sbagliata che sia su altri piani, non si poteva che cavarne del buono oltreché naturalmente del bello. E per un tratto considerevole quella cultura neoplatonica va d’accordo anche con la visione del Papato, lo si potrebbe dire con maggior certezza basandosi su altre questioni, tuttavia questa affinità al neoplatonismo si evince serenamente dal fatto che nel 1481 papa Sisto iv impegna una delegazione di quattro pittori fiorentini, tra cui il nostro Sandro, a dipingere “decem historias Testamenti Antiqui et Novi” nelle stanze della “magna palatii apostolici” meglio conosciuta con il nome di Cappella Sistina, la cappella che negli intenti di Sisto iv deve diventare l’immagine corretta del tempio di Salomone. Al centro di quella decina di dipinti, vediamo l’idea di mettere a confronto la vita dei due personaggi storici certamente visti nella loro veste sacra, ovvero Gesù Cristo di Nazareth e Mosè.

Punizione di Qorah, Dathan e Abiram, 1481-1482, affresco, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Cappella Sistina

L’intento di tracciare un parallelismo tra le vicende dei due è evidente e dichiarato tanto che le vicende biografiche di Mosè sono da interpretare storicamente come prefiguranti l’avvento del figlio di dio, così come in maniera non affatto secondaria, di un parallelismo tra i due nuclei della Bibbia, il Vecchio e il Nuovo Testamento, e addirittura della superiorità del Nuovo per il fatto che in questa parte si realizza compiutamente quanto annunciato nell’altra, cosa che ha come correlato la preesistenza della religione cristiana nell’ebraica. Sandro Botticelli a cui è dedicato questo articolo della rubrica Storia dell’Arte di Inside The Staircase nel 1481-1482 ovvero nel periodo in cui è commesso da papa Sisto iv, probabilmente per intercessione di Giovannino de’ Dolci, è al fianco del magnifico Domenico Ghirlandaio, dell’elegantissimo e inconfondibile Pietro Perugino, così come del grande Cosimo Rosselli. Non era quindi affatto solo ad affrescare le sale vaticane. Eppure il tratto del Botticelli sul racconto biblico, porta con sé una cera verticalizzazione e tensione. Alcuni autori, paragonando i dipinti fiorentini a quelli romani, notano nella chiarezza botticelliana, l’interpretazione dell’inquietudine della spiritualità veterotestamentaria, spiritualità a cui mancherebbe, nei suoi soli confini, la luce sfolgorante di Cristo.

di Elettra Nicodemi

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